Le giornate di Milano

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Danitheripper

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 12:56 am

“Che importa che tu sia savia?" le ripeteva il suo maestro d’arme "Sii bella e triste, le lagrime danno nuovo incanto al tuo viso, come un fiume al paesaggio: il temporale dà vita ai fiori”. Ma lei imparava con fatica, e spesso interrompeva il saggio. “Maestro, io non so piangere. Sento l’impeto delle emozioni che giungono fino alla mascella serrata ma esse non salgono, non conoscono altra strada che quella delle parole e spesso preferiscono loro il silenzio”.

Il suono della sua voce, proveniente dal passato la ridestò.

"La gioia fugge dalla tua fronte abbattuta, il tuo cuore naufraga nell'orrore; quando sul tuo presente si dispiega la paurosa nube del passato, quando dal tuo grande occhio scorrerà un'acqua calda come il sangue; e malgrado una mano che ti lambirà, la tua angoscia, con tutto il suo peso, ti strazierà come rantolo d'agonizzante".

Credeva di esser cosciente ma l'oblio non l'aveva ancora abbandonata.

"Tu covi in seno qualcosa della superbia dei dannati, ma fintanto, mia cara, che i tuoi sogni non saranno il riflesso dell'Inferno, e che in un incubo incessante, sognando di veleni e di spade, innamorata di polvere e di ferro, non aprendo che con timore a tutti, vedendo ovunque sventura, spasimando al sonare dell'ora, non avrai sentito la stretta del Disgusto irresistibile, non potrai dirmi, nella torbida notte: Eccomi … sono pari a te”. "Terge, perché non riesco a dormire?" Chiedeva invano a colui che non era presente se non in una bolla della sua memoria. "Tutto è abisso Dani, azione, desiderio, sogno, parola. In alto, in basso, dovunque la profondità, la riva, il silenzio, lo spazio pauroso e affascinante ... In fondo alle mie notti col suo dito sapiente disegna un incubo multiforme, senza requie. Ho paura del sonno come d'un gran buco colmo di un vago orrore, del quale non sai la fine; non vedo che infinito da tutte le finestre. E il mio spirito di continuo minacciato dalla vertigine, invidia l'insensibilità del nulla". "Tu non sei Tergesteo, vai via".

Danitheripper, incosciente e avvilita, attendeva, un segnale, un messaggio, un indizio per comprendere cosa avrebbe dovuto fare.

Attendere e restare, due verbi che non le appartenevano, eppure iniziava a prendere familiarità con le taverne, coi volti, con il paesaggio.

Solitudine e abitudine, finché una sera non s’imbatté in lui. Non lo vedeva da allora, dalle concitate giornate di Milano, era passato un mese e mezzo dalle Idi di Marzo, ma quell’incontro sembrava evocato dalla memoria, come quelle voci senza corpo.

Non la ingannava il biondo dei capelli di lui, un demone con le sembianze di angelo, un altro dannato che cercava il suo personale Inferno e che meritava tutto il rispetto per il coraggio che aveva dimostrato in questa ricerca.

Dimentichiamo facilmente le nostre colpe quando siamo i soli a conoscerle, ma a Will non poteva celarsi perché lui sapeva, e non aveva bisogno di fingere un’empietà che in quel momento le era distante.

Era notte, le taverne erano vuote, solo lui e lei, senza barriere, avrebbero potuto essere ovunque, restarono a fissarsi finché l’abitudine alla schiettezza che avevano imparato sotto le armi, non prese il sopravvento.

Si abbracciarono … o forse no, non sempre un contatto fisico è necessario quando c’è un legame tanto profondo. L’incontro fu emozionante ma breve, Danitheripper stava già per lasciare la taverna onde evitare di crollare sotto il peso di certezze che si sgretolavano, quando un altro avventore notturno interruppe anzi tempo quell’incontro.

Si congedò senza avere appreso se Will era solo di passaggio o se nelle sue intenzioni c’era un soggiorno prolungato nella capitale modenese.

Tornando alla locanda che la ospitava si sentì meno sola, ciononostante il sonno non riuscì ad attecchire ed affacciandosi alla finestra restò in attesa. "Lascia che le emozioni degli incontri scivolino via da te Dani, non concedere a te stessa il balsamo della gioia. Essa è effimera, solo il dolore resta".

La gente desidera smettere di soffrire, ma non è disposta a pagarne il prezzo, a cambiare, a cessare di definirsi in funzione delle sua adorate sofferenze. E’ schiava dell'abitudine e non è disposta ad aprire nuove porte verso una comprensione diversa dell'esistere.

Lei non restava, passava, per evitare di cedere ad un meschino senso di possesso. Nulla le apparteneva, persone, cose, transitavano veloci altrimenti avrebbe concesso loro il modo di radicarsi, di insinuarsi e di attecchire.

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Tergesteo

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 12:56 am

Tergesteo ben presto si rese conto che quelll'avventura per combattere la paura si stava rivelando una tortura atroce.
Giornate uguali ad attendere, lontano da tutto e da tutti.

Invero inizialmente aveva frequnetato le taverne, dove la gente era gentile : ed era stata questa gentilezza ad acuire la sua pena.
E' inevitabile che quando si è circondati da gente allegra si ritorni con la mente ai propri ricordi felici.
E il contrasto con la realtà del momento rende tutto penoso.

Preferiva quindi evitare i luoghi affollati, preferendo stare ad osservare il mare scuro e calmo, rotto di quando in quando da una brezza leggera che in verità a tratti lo inquietava.
Sembrava che quella brezza venisse a chiamarlo ed a imporgli chissà quali decisioni.

Una sera, all'imbrunire, se ne stava appoggiato ad osservare lo sciabordio delle onde.
Volutamente solo.
Inevitabilmente a disagio.
E il tutto sembrava trasparire dal suo volto.

“A vederti ora, capisco perchè il dolore è cosa troppo grande per albergare in piccoli cuori ..."

Una voce lo fece trasalire.
Si voltò e vide una faccia conosciuta eppure riposta in qualche angolo della memoria.
Il volto abbronzato e scarno era nobilitato da due occhi grandi e neri come la notte, mentre una cornice folta di barba e capelli ispidi completava il quadro.
Le fattezze dell'uomo erano orientali cosi' come le vesti.

“...Massoud … “ mormorò il Folle.
“... proprio io , amico mio... strano posto per darsi appuntamento vero? “Quell'uomo gli era stato compagno in divesi viaggi, imbarcati sulle stesse navi.
Poi la vita li porto a separarsi ma entrambi serbavano reciprocamente il ricordo dell'amico.

E ora un fato beffardo li aveva fatti reincontrare in un luogo inaspettato per entrambi, entrambi di passaggio, entrambi alla ricerca di qualcosa.

Riprese l'arabo “... peccato ritrovarti solo adesso, Tergesteo : sono in partenza,mi muovo verso ponente. Oggi è 'ultimo giorno qui...”

“Non il mio credo, anche se non ti nascondo che vorrei essere altrove ….”

“Ahah non sei cambiato molto da quando eri un giovane marinaio...”
“Tu credi? Lo credi davvero?” disse il Folle, guardandolo negli occhi.
Tergesteo aveva uno sguardo severo, ma gli occhi erano come coperti da un velo … si sarebbe detto che quell'uomo avesse visto avvenimenti tali da costringerlo a diventare di giorno in giorno più cieco.

Massoud stette un momento in silenzio.“Vieni camminiamo....”

I due si incamminarono costeggiando il mare.
I lunghi silenzi si intervallavano a brevi discorsi.
Non si vedevano da anni, probabilmente non si sarebbero visti mai più : eppure nessuno dei due parve rammentarlo.
Si sarebbe detto che discorrevano in tre : i due uomini discorrevano col silenzio.

“Vedi Tergesteo, tu dici di voler uccidere la tua paura … ma tu non stai procedendo come un sicario.
Stai fuggendo.”

Il Folle si fermò, seguito dall'arabo.

“Vecchio mentitore, non dire che non lo sapevi anche tu … soltanto ti era più comodo credere di essere tu quello che conduce il gioco … eppure credimi , non è così”

“Massoud, credi di conoscermi tu dopo anni , più di quanto possa io stesso?”

“ Al viandante la montagna appare più chiara dalla pianura … dicono dalle mie parti ; sono stato lontano ma non sono cieco...”

Tergesteo sorrise.
Gli mancava quel modo di parlare , quel modo che gli orientali hanno di dire le cose per caso e mai per caso.

“Vedi Terge ...la paura non è che la sensazione della perdita. Sia essa della vita, di una persona o di un oggetto non cambia : si teme che questa perdita sia irreparabile.
Ma la domanda è : per chi?
La risposta è ovvia : per chi ha un legame e teme di perderlo.
E allora ti chiedo : quella che provi è paura o soltanto una forma elegante di egoismo?
Tu temi di perdere l'oggetto o il legame che lo vincola?”

Continuò.

“Perchè se tu pretendi di preservare il legame a cui sei tanto attaccato , indebolendolo con la fuga …. beh sei certamente una persona curiosa Tergesteo!”

Proseguirono ancora per un tratto.
L'arabo diede un buffetto sulla guancia a Tergesteo, come per ridestarlo dal sonno
“La via che hai intrapreso non passa per la contemplazione o per l'ascetismo.
Tu hai scelto di sperimentare e per sperimenatre bisogna vedere e sentire e toccare …. e alla fine la sperimentazione suprema, morire!”

“Ora devo andare, amico mio, il convoglio mi attende per partire : grazie per la chiacchierata ...Inch'allah avermo modo di riprederlo … stammi bene , amico mio , Al Saalam Aleikoum...”

“Wa Aleikoum Saalam , amico mio ...fà buon viaggio”

L'arabo gli sorrise, poi aggrottò le ciglia si avvicino a Tergesteo dicendogli piano : “...e se davvero vuoi conoscere lo spirito della morte, spalanca il tuo spirito al corpo della vita. Perché vita e morte sono una cosa sola, così come il fiume e il mare …. “

E si allontanò, lasciano il Folle confuso ed incerto come non lo era mai stato.
Ma per chi voglia sperimentare il dubbio e l'incertezza sono compagni di strada.

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Tergesteo

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 12:57 am

Il cavallo arrancava, strascinandosi lungo una stradetta di montagna, come ce ne sono a migliaia lungo l'Appennino.
La povera bestia badava soprattutto a non scivolare , procedendo lentamente.

A Tergesteo questa andatura non dispiaceva.
Si sarebbe detto che non avesse fretta di arrivare, benchè in cuor suo se solo avesse potuto avrebbe polverizzato la distanza in un battito di ciglia.

Qualche volta però non è importante nè il dove nè il come, l'importante è andare, muoversi, evolvere.

L'idea in fondo era questa.

Sul perchè stesse inerpicandosi lungo il tratturo ... no, decisamente a questo non aveva risposta.
O meglio.
Aveva tante domande.
Decine di risposte.
Inutili.

Innazitutto non sapeva dove cercare.
Gli dissero nel modenese.
Poteva anche essere in Ungheria, a questo punto.
Notizie vecchie di una settimana.

Per intanto cercava.

Il quesito successivo era il seguente : cosa cercare o meglio cosa sperava di trovare? Conforto? Azione? Requie? Visioni? Illuminazione? Un sorriso? Una cicatrice? Una nuova ferita?
O semplicemente nulla.
O il Nulla.

Sorrise mentre si sorprese a pensare.

"Pensieri come un groviglio di vipere ... Tergesteo , attendevi con ansia la notte foriera di visioni orribili ma ora ... la notte e il silenzio te li porti dentro..."

Ripensò alla parole dell'arabo Massoud.
"Tu non stai procedendo come un sicario.
Stai fuggendo."


"E ora? Sto cercando o sto fuggendo?"

Chiuse gli occhi, mentre il cavallo a fatica arrancava lungo l'erta.
Si lasciò dondolare dal movimento della cavalcatura.

Si guardò la cicatrice sulla mano.
Ebbe un fremito.
"Tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo..."

Ma contro cosa o chi non è concesso saperlo.
L'importante è andare.

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Tergesteo

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 12:57 am

La città.
Era già suonato mezzogiorno e le vie erano brulicanti di persone.
Sembrava che attraverso il lavoro la gente volesse bere dalle coppe dell'obio e dimenticare per un poco gli affanni e le delusioni.
O stava semplicemente vicendo.
La realtà è questione di punti di vista.

Tergesteo cominciò la sua ricerca.
In effetti cercare una persona che si presume sia in una città senza averne la certezza è un pò come estrarre la carta giusta da un mazzo : questione di fortuna, di destino senz'altro non di abilità.

Cominciò a gironzolare per le taverne,dove si incontrano i viaggiatori.

Si fermò un attimo in una piazzetta, dove frotte di marmocchi si affaticavano nella più nobile e spensierata delle applicazioni : il gioco.
Essi si figuravano di essere cavalieri, dame, fate, maghi e mettevano in quella attività l'allegra serietà che i bambini dedicano i loro giochi.

Tergesteo li osservava.
Pensieroso.
Eppure quella gioia infantile sembrava fargli bene e di tanto in tanto sorrideva.

In particolare fu affascinato da una coppia di bambini , una femminuccia ed un maschietto.
Impugnavano spade di legno e duellavano e in verità non si risparmiavano nel colpire l'avversario.
Ma le loro risa e i loro gridolini evocavano un divertimento amichevole, non la crudezza della guerra.

Ad un certo punto però, una donna , una popolana, piombò sull'improvvisato campo di battaglia e sorridendo prese per mano la bambina : evidentemente era ora di pranzo e la madre veniva a reclamare la figlia.

La piccola restò interdetta : guardò la madre con sguardo interrogativo, poi si volse al compagno di gioco come volesse comunicargli il proprio disagio per l'interruzioone e nel contempo chiedergli aiuto , poi si rivolse di nuovo alla madre.

"Devo andare ... mi chiamano... non posso rimanere ... ciao ciao !" disse la piccola e lanciando un ultimo sguardo di scuse al maschietto, seguì diligente la madre ed entrambe sparirono dietro un angolo.

Il povero bambino restò immobile, la spada di legno stretta nel punto.
Si sarebbe detto che le cose erano successe troppo in fretta perchè se ne rendesse conto.

Abbozzò qualche passo verso madre e figlia che s'allontanavano , poi rivolse lo sguardo agli altri amichetti che guardavano la scena.
Indi si blocco', lo sguardo perplesso.
Rimase solo soletto con la sua spada.

Tergesteo si alzò.
Si diresse verso il bambino e gli si inginocchiò davanti.
Tolse un frutto dalla bisaccia e lo porse al marmocchio che lo guardava pieno di dubbi e lo sguardo umido.
"Non ti preoccupare , piccolo, tornerà ..." disse il Folle sorridendo.
Il piccolo prese gli inaspettati doni e si allontanò un pochino , continuando a fissare quello straniero.

Tergesteo si alzò e ricominciò la ricerca.
"Sei proprio un infame Tergesteo... ora menti anche a bambini?"
mormorò.

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Danitheripper

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 12:58 am

Danitheripper riconobbe la follia dei suoi gesti prima ancora di avvedersi che fosse proprio lui. Vide un uomo porgere un frutto ed una parola buona ad un bambino guadagnandosi in cambio uno sguardo dubbioso e nessuna credibilità.

Parlare ai bambini, dare loro consigli e speranze è proprio da folli. I bambini prendono tutto quello che possono e danno ciò che non riescono a negare per natura.

“Come le donne – pensò - come me …”

Il suo primo impulso fu quello di corrergli incontro, di cercare un contatto, ma quei mesi lontani, quei mille pensieri rivolti a lui, poi perché mai? Combattere, uccidere, vivere o morire. Questo li legava, motivo per cui non esitò a sguainare la spada contro di lui.

“Affrontami uomo di lancia e guerriero animoso – gli si palesò innanzi così dicendo. – Ah, la stessa Pazienza, se esiste una dea con questo nome, più di me non saprebbe sopportare questo continuo star sulle spine!”

Danitheripper cercò di seppellire un sospiro, sotto la smorfia d’un sorrisetto, come quando s’affaccia un po’ di sole a illuminare nuvole in tempesta. Ma la pena che tenta di nascondersi dietro il velo d’un’apparente gioia non è in nulla diversa dalla gioia che il fato muta in subita tristezza.

In quei giorni in cui la gente che incontrava in taverna le chiedeva chi attendesse, quale forza misteriosa avesse interrotto il suo viaggio lei rispondeva pensando a lui. Nella menzogna si era creata un immagine che gli somigliava.

“Dicono che ha rubato a molte bestie le naturali qualità di ognuna: il coraggio al leone, il carattere irsuto e bieco all’orso, la flemma all’elefante; un uomo insomma in cui madre natura ha stipato talmente i suoi umori, che il valore gli si è schiacciato dentro in follia, e a sua volta la follia s’è condita di molta discrezione. Non esiste virtù d’uomo di cui non sia in lui qualche barlume, né difetto di cui non vi sia macchia. E’ malinconico senza ragione, come diventa allegro a contropelo,
è articolato in tutto, ma ogni cosa che fa è sì sconnessa da mostrarlo tutt’occhi e niente vista”.

La piaga della pace è la sicurezza, la sicurezza sicura di sé; mentre il modesto dubbio è chiamato il fanale dei saggi, la tenta che ricerca al fondo del peggio . Tutto era pace ed armonia ma qualcosa nell'aria urlava e chiedeva che il sangue venisse versato per compiacere qualche divinità sanguinaria.

In quel momento desiderava soltanto combattere, incrociare la spada con Tergesteo per dimostrargli, fuori da ogni ombra di dubbio, che le era mancato.

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Tergesteo

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 1:00 am

Tergesteo aveva appena lasciato il marmocchio che fatti pochi passi si trovò davanti ad una spada sguainata.
A impugnare quella spada c'era lei.

Ed infetti era come se avesse ricevuto un fendente in pieno petto.
Un emozione violenta, quasi difficile da dissimulare.
Ma alla quale Tergesteo concesse solo un sorriso luminoso.

“Affrontami uomo di lancia e guerriero animoso .
Ah, la stessa Pazienza, se esiste una dea con questo nome, più di me non saprebbe sopportare questo continuo star sulle spine!”

"Pazienza? Tu sei Vendetta , sorella, perchè mi hai riservato lo stesso trattamento ..."

Avanzò di un passo, a sfiorare la punta della spada con l'addome.
Tergesteo la fissava , come se volesse sincerarsi di non essere di fronte ad una visione.

"La Sorte però m'ha sorriso ... e dal mazzo ho estratto proprio la carta che cercavo..."
Tergesteo infilò la mano nella casacca ed estrasse una carta.
Su di essa era raffigurata una donna severa, la mano destra impugnava una spada, la sinistra sollevata.Il suo aspetto severo e castigato suggerivano familiarità e al contempo mestizia e dolore.
La Regina di Spade.

Tenendola fra due dita la mostrò alla Sorella di Morte.
Sorrisero entrambi.

"Mi sei divenuto ciarliero o il braccio di Tergesteo s'è rammollito al punto di non riuscire a brandire un arma?" disse spingendolo delicatamente con la punta della spada.
"Ti faccio così paura da dovermi puntare contro un'arma? Ti prego riponila ed accompagnami fuori dalle mura ..."

La delusione sul volto di dama Epelfing era visibile.
Ringuainò Damocle.
Nel disgusto per la metamorfosi di quello che doveva essere un guerriero, trovò la forza per alcune frasi.

"E sia ... ma trovo tutto questo alquanto penoso ... e tu lo sai benissimo, Tergesteo!"

Tergesteo le offrì il braccio, ma Dani rifiutò sgarbatamente.
Pensò. "Possibile che sia diventato così smidollato?"
Raggiunsero una collina poco fuori le mura, dalla quale era possibile dominare tutta la città.

"Bello quì , non trovi?" disse Tergesteo.
Nessuna risposta.
Solo scosse il capo sconsolata.

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Tergesteo

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 1:01 am

Tergesteo era chino a rovistare nella propria sacca.

Lei spazientita lo osservava.

"Ascolta, Tergesteo non so cosa tu abbia in mente ma ti giuro che se dovessi levare dalla sacca qualche mazzolino di fiori , ti staccherò il braccio all'istante ...."

"E con cosa, con quella specie di spiedo arrugginito, che manovri come una scopa?"

Dani trasalì.
Era tornato. Era folle. Era Tergesteo.

Il Folle levò dalla sacca un fagotto di stoffa scura.
Glielo porse.
"Signemus fidem sanguine ... mi sei mancata , sorellina..." disse allontanadosi un poco per osservarne il volto stupito.

Pian piano sciolse il fagotto.
Comparve l'impugnatura rivestita di stoffa nera, l'elsa piccola e rotonda.
Ed infine la lama.
La stoffa cadde come un sudario mentre il sole si spargeva sull'acciaio.
La lama recava un'incisione.
"Il mio destino non tradisce”.

"Si chiama Ananke ... ed è tua..." disse Tergesteo.
Lei alzò gli occhi dalla spada.
Erano tristi , quasi di rimprovero.
Non era stata ancora brandita eppure quella spada aveva già inferto una ferita.
Inizio sublime.

"Ed ora , gentile dama, se avete la cortesia di concedermi qualche passo di danza ...." disse cerimonioso Tergesteo, estraendo "Buriana".
Lei ora rideva.
"Oh ma certo, messere, credevo avesse disimparato i passi...."
"Come potrei, mia signora, come potrei?"

Erano entrambi in guardia, entrambi in attesa della mossa dell'altro.
La Bionda guerriera stringeva nervosamente l'impugnatura , pronta a scattare come una vipera.
Il Folle con gli occhi socchiusi, aspettava l'attacco.
Incuranti del fatto che avrebbero potuto ammazzarsi l'un l'altra.

Era il loro modo per dire "mi mancavi".
E per dare un senso a quella lunga, interminabile attesa.

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Tergesteo

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 1:21 am

Il tempo non esisteva.
Quel luogo non esisteva.
Non esisteva Bene , non Male.
Nessun se, bandito il ma.

C'erano solo loro due e le loro spade.
C'erano le loro ferite e le loro cicatrici.

I loro respiri erano fatti calmi e regolari.
Si scrutavano l'un l'altra.
Una brezza gentile dondolava le fronde ed i loro capelli.

Era tempo.

Lei prese l'iniziativa.
Lo incalzava con un ritmo vorticoso, Ananke mulinava e la sola cosa che Tergesteo era in grado di percepire era il cozzare dell'acciaio contro l'acciaio, mentre indietreggiava parando i colpi a fatica.

Tuttavia , anche la vipera attende qualche istante fra un attacco e l'altro.
E quelle pause erano di Tergesteo.
Buriana era spada più pesante e meno maneggevole di Ananke, ma quello che le difettava in manovra era compensato in potenza.
Tergesteo si limitava a rispondere agli attacchi, tuttavia in quelle poche stoccate condensava tutto il suo furore.

Il ritmo della guerriera dai capelli d'oro era però incalzante e una stoccata , benchè deviata da Buriana, arrivò sul braccio di Tergesteo.
Il viso del Folle si contorse in una smorfia : benchè si trattasse in realtà di una ferita leggera, bruciava come se fosse stata bagnata col sale.

"Ancora? Ma allora ti diverti a lasciarmi cicatrici dappertutto?"
Una risata sonora fu la scontata risposta.

Il duello riprese , benchè la fatica cominciasse ad avere il suo peso.
Da regolare il loro respiro si era fatto affannso, i volti arrossati, imperlati di specioso sudore.

Ma il duello era all'epilogo.

Tergesteo nel parare una stoccata, perse malamente l'equilibrio, ritrovandosi schiena a terra.

Prima che potesse rialzarsi , Ananke gli lambiva la gola poco sotto la mascella : l'acciaio gelido sembrava quasi fargli il solletico.
Lei era cosi vicino sicchè Tergesteo ne sentiva i capelli carezzargli le gote.
Il Folle corrugò la fronte e aperse gli occhi : vedeva a fatica per il sole che lo abbagliava, ma nella penombra intuì gli occhi di lei che lo fissavano e la sua bocca sorridere.
Udiva il suo respiro incalzato dalla pugna.

Le vene del collo pulsavano e Tergesteo poteva sentire il contatto con la lama ad ogni battito del proprio cuore.
Che avrebbe potuto fermarsi di lì a poco se lei avesse voluto.

Si chiese poco razionalmente se lei lo avrebbe risparmiato.
Ma alla fine fu il pensiero di un attimo.
Con un'immagine simile si era spesso raffigurato la Morte.
E mai gli era dispiaciuto.

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Danitheripper

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 1:22 am

Lo aveva visto compiere strani gesti, misurati e sensati, come se la follia fosse stata spazzata via dal tempo e dalla lontananza. Quando lo aveva sorpreso chino sul bambino a raccontargli storie lo aveva riconosciuto, ma adesso si trovava di fronte una persona che non sapeva come affrontare. La sfida era rivolta al folle ma se l’avesse rifiutata avrebbe mostrato le spalle al savio, e più di una volta fu sul punto di farlo.

Quando il fratello di morte estrasse la carta della Regina di Spade dalla sua sporta e gliela mostrò lei ritrovò nel suo sorriso un complice.

Una conferma e una smentita.

"Ti faccio così paura da dovermi puntare contro un'arma? Ti prego riponila ed accompagnami fuori dalle mura ..."

Possibile che un sano duello cittadino gli facesse tanta specie? Ma lui cercava la solitudine delle altezze. Nessun pubblico per la follia.

La condusse in una collina poco fuori le mura. La città li sbirciava dal basso cercando di svelare i segreti di quell’incontro.

"Bello qui, non trovi?" disse Tergesteo.

Nell’attesa di un segno Danitheripper non rispose concentrata com’era nello studio di colui che la fronteggiava. Bello? Bello cosa? Il paesaggio? L’unico paesaggio che avrebbe voluto vedere era quello, inconfessabile, di un campo di battaglia.

E poi, ancora quella sacca … bella la carta, divertente, ma adesso, cosa avrebbe tirato fuori? Se fosse venuto su con qualcosa di banale, Danitheripper lo avrebbe di certo ucciso. Un gesto di pietà per stroncare sul nascere quella normalità che si faceva largo. Toccava l’elsa della sua spada nervosamente, indecisa se usarla o meno.

"Ascolta, Tergesteo non so cosa tu abbia in mente ma ti giuro che se dovessi levare dalla sacca qualche mazzolino di fiori, ti staccherò il braccio all'istante ...."

"E con cosa, con quella specie di spiedo arrugginito, che manovri come una scopa?"

Accompagnò le parole porgendole un fagotto di stoffa scura.

"Signemus fidem sanguine ... mi sei mancata, sorellina..."

Una spada, non una spada qualsiasi, la sua spada. Un cordoncino di stoffa, nera come il peccato, s'intrecciava sull'impugnatura.

"Si chiama Ananke ... ed è tua..." disse Tergesteo.

Ananke, quel nome, il passato sbattuto in faccia, tagliente come quella lama. Istintivamente toccò Damocle, pegno di un amore che non esisteva più.

Esaminò la lama, l’abitudine di incidere le spade apparteneva agli artigiani più estrosi e non dubitò neppure un secondo di trovarvi un segno.

"Il mio destino non tradisce”. Quell’incisione era un presagio, un urlo, un messaggio da non trascurare.

Non sapeva che dire, ancora una volta quell’uomo la prendeva per mano e cercava di condurla verso l’inevitabile.

Fu lui a rompere l’imbarazzo.

"Ed ora , gentile dama, se avete la cortesia di concedermi qualche passo di danza ...."

"Oh ma certo, messere, credevo avesse disimparato i passi...."

"Come potrei, mia signora, come potrei?"

Ananke era leggera come la brezza e potente come la tempesta.

La lotta era stata appagante a prescindere dall’aver sopraffatto Tergesteo.

Si erano fronteggiarsi per non ridurre l’incontro ad un semplice “Ciao, come stai, che cosa hai fatto finora?”

Quando se lo ritrovò davanti, le spalle a terra, alla sua mercé non era la sua vita che voleva. Aveva già preso tanto da quel fratello, lo stuzzicò con la lama come se davvero avesse potuto usarla per stroncare quel rapporto fatto di immagini folli e di parole al vento. Le parole tornarono e le vene cessarono di pulsare.

“Che abbiamo dato noi? Amico mio sangue che scuote il mio cuore, l'ardimento terribile di un attimo di resa che un'era di prudenza non potrà mai ritrattare. Secondo questi dettami e per questo soltanto noi siamo esistiti, per questo che non si troverà nei nostri necrologi o sulle scritte in memoria drappeggiate dal ragno benefico o nelle nostre stanze vuote. Ho udito la chiave girare nella porta una volta e girare una volta soltanto. Noi pensiamo alla chiave, ognuno nella sua prigione, pensando alla chiave, ognuno conferma una prigione. Solo al momento in cui la notte cade, rumori eterei ravvivano un attimo un guerriero affranto”.

Non era un sogno stavolta, era lei che parlava con lui, che ritrovava nelle parole il senso e lo perdeva immediatamente dopo per permettere a lui d’indicarglielo.

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Danitheripper

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 1:23 am

Danitheripper sentiva il peso della presenza di Tergesteo.

Lui era lì per un motivo. Lei lo aveva atteso per lo stesso motivo, anche se non immaginava che sarebbe giunto davvero. Sognava dialoghi che non erano mai avvenuti, persone che non esistevano, luoghi che solo i sogni potevano far vedere poiché nella realtà nulla era reale. Eppure la cicatrice sulla sua mano destra era reale, e Tergesteo era lì, solo un boccale di birra poggiato su un bancone la divideva da lui.

Era tempo di essere sinceri, presto le parole avrebbero perso significato e tutto quello che si erano detti avrebbe assunto altri connotati, ma quella sera una buona birra meritava schiettezza.

“Ho sempre pensato che, - gli stava dicendo - essendo io diversa dagli altri ed avendo un diverso concetto della vita, potessi giustamente sottrarmi ai doveri che gli altri vorrebbero impormi, e che potessi giustamente disprezzare l’opinione altrui e vivere nell’assoluta sincerità della mia natura eletta. Io ero convinta di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito raro; e credevo che la rarità delle mie sensazioni e dei miei sentimenti nobilitasse, distinguesse qualunque mio atto. Orgogliosa e curiosa di questa mia rarità, io non sapevo concepire un sacrificio, un'abnegazione di me stessa, come non sapevo rinunciare a un'espressione, a una manifestazione del mio desiderio. Ma in fondo a tutte queste mie sottigliezze non c'era se non un terribile egoismo; poiché, trascurando gli obblighi, io accettavo i benefizi del mio stato. Io pensavo spesso alla grande consolazione perduta, con un dolore che la irrevocabilità della morte rendeva quasi mistico. Non mi tirerò indietro adesso, i miei desideri portano verso l’ineluttabile. Ananke vive in questa spada che tu hai voluto forgiare per me”.

Silenziose onde di sangue e d'idee facevano fiorire sul fondo stabile del suo essere, a gradi o a un tratto, altre anime. L’emozione giungendo trasportava con sé nuove idee. Lei non era più la ragazza partita una notte di pioggia da Fornovo, sotto il peso di un destino che incombeva, nessun rammarico adesso, solo impazienza.

Un altro era il fardello, diverso.

“Figlio dell'uomo, tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto un cumulo d'immagini infrante, dove batte il sole”.

Non era a Tergesteo che aveva indirizzato queste parole. Un altro uomo era entrato in taverna e la fissava senza parlare. Era lì a sbatterle in faccia quello che non aveva ancora fatto, a tormentarla pretendendo da lei un gesto che pure lei avrebbe fatto, anche se dietro non avesse lasciato una strada lastricata di promesse.

“Sai bene che non sono diversa da te Will. Che anche io avrei osato quello che tu adesso mi rinfacci”. William non parlava. Così come era giunto andò via lasciandola col dubbio di aver avuto un’altra visione. Tergesteo era lì, lo aveva visto anche lui, oppure no?

Danitheripper confondeva memoria e desiderio, risvegliando le radici sopite con la pioggia della primavera.

“Riuscirò alla fine a porre ordine nella mia mente fratello?”

Tergesteo le rivolse un sorriso, come se riconoscesse in lei quella follia che anche lui non faceva mistero di possedere. Si convinse di aver sognato.

“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non trova grazia in se stesso.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità”.

Una voce, un canto lontano ... si alzò di scatto. Era nel suo letto. Non c’era Tergesteo e non c’era Will, aveva immaginato tutto.

Poggiata al muro, accanto a lei, c’era Ananke.

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Tergesteo

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 1:26 am

Le mura della capitale.
Il tramonto.
Il sole che scagliava gli ultimi raggi color del sangue sembrava non voler capitolare alla notte.

Tergesteo se ne stava seduto.
Da solo.
Aveva preferito lasciare che la Sorella di morte riprendesse il filo dei propri pensieri.
E siccome lui, Tergesteo, si divertiva un mondo ad ingarbugliarglieli gli parve gentile e sadico fare in modo che lei potesse rimetterli insieme.

O semplicemente voleva restarsene un pò da solo.

Fosse quel che fosse, commise un errore.

Le mura, il tramonto ... ma udì un latrato.
Quel latrato.
Lo stesso che lo stordì' a Milano.
Lo stesso che lo fece ritrovare tremante il mattino seguente.

Tergesteo strinse gli occhi con forza, come volesse allontanare i ricordi.
Il petto gli si era fatto pesante, il respiro affannoso.

L'eterno ritorno all'uguale gli si parava davanti.
Ancora.
Senza scampo.
Attendeva l'urto della propria Follia.

Il povero Folle si era forse illuso di aver pagato il fio della sua esistenza?
Credeva che quegli incubi lo avessero dimenticato?

Ma stavolta sembrava un avvertimento.
Stavolta la Follia non era scesa a condannarlo.
Era venuta per dargli una nuova occasione.
Una novella possibilità di uccidere il serpente.

Riaprì timidamente gli occhi.
Il paesaggio, ammantato d'oscurità era cambiato.
Sgranò gli occhi, respirò a fondo.
Se avesse sprecato quell'ultima occasiona, stavolta la Follia non lo avrebbe perdonato.
Più nessun sentiero lo avrebbe riportato alla fine della notte.

Si disse che non poteva sbagliare.
Sospirò.
Aggrottò la fronte , si passò la mano screziata sul viso.
Cominciò a sentir pesare la solitudine.
Decise di raggiungere la Sorella di morte : tutto sommato anche lei aveva necessità di una nuova possibilità.

Stavolta però non poteva sbagliare più.

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Danitheripper

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 1:28 am

Danitheripper si alzò dal letto e si affacciò alla finestra. Il cielo prometteva una notte ancora lunga. Cosa ci faceva lì, in quella città, con quelle persone? Domande, sempre domande, mai una risposta. Le voci parlavano e spiegavano ma ponevano altri quesiti, eccitavano la sua mente impressionabile e la ponevano di fronte ad un baratro in cui gettarsi sarebbe stato un sollievo.

Modena era una città adatta alla solitudine. Peccato che le persone avevano il vizio di tornare dal passato e di venirla a scovare dovunque decidesse di stabilire una dimora temporanea.

Doveva andarsene, soltanto il viaggio dava sollievo, soltanto la solitudine poggiava una mano benevola sulla sua spalla e non rinfacciava gli errori.

Will. Perché era lì? A che scopo? Perché le sbatteva in faccia il passato? Non era stata lei a scegliere, aveva dovuto, l’ineluttabile non si tradisce. Ma Will aveva ragione, il destino è quello che si sceglie, arriva perché i nostri gesti ci conducono verso di lui. Non sempre gli errori possono essere perdonati. Si chiedeva se fosse venuto per lei, se l’ineluttabile avesse assunto le sue sembianze per sfidarla. Poteva benissimo fronteggiarlo o voltargli le spalle, andarsene senza troppi rimpianti.

“Menti Dani – la voce tornava. – A me non puoi mentire, tu sei in debito con queste persone perché ti sono amiche, perché hai lasciato che si facessero spazio dentro di te, perché hai lasciato che prendessero a calci la tua comoda solitudine. In cambio hanno piazzato fittissimi rovi in cui non fai che inciampare. Spazza via tutto quello che non somiglia all’arida pietra, estirpa i rovi, solo allora starai di nuovo bene”.

Poteva restare a Piacenza, la notte nella sua città, a Maggio, era un immersione continua nelle gelide acque del suo lago.

Come le sarebbe piaciuto potervi tornare per un ultimo bagno, per un ultimo addio.

Immaginò di essere essa stessa il lago, essa stessa acqua. Purificare e corrodere ogni cosa che abbia forma, avere il potere di annullare tutte le distinzioni nella propria inconsistenza. Essere acqua, essere un abbraccio che non stringe, agitata in superficie e immobile nel profondo, essere moltitudine quando si sa di poter assumere le forme più svariate eppure restare unici nella propria sostanza, essere insieme trasparenza e mistero.

A forza di pensare si rese conto di aver sete. Così decise di tornare in taverna, nulla chiarisce le idee meglio di una birra.

Tergesteo era lì.

“Chi ha la fortuna di avere ancora una vita, se la porti lontano da qui”

“Un saluto normale mai …”

“Cosa intendi per normale?”

Entrò un ragazzetto, si accomodò tra loro, chiese un panino, pagò ed andò via col suo panino. Nessun saluto, nessun cenno.

“Ce l’abbiamo fatta fratello. Siamo diventati invisibili”.

Tergesteo rise di gusto.

“Sorella, non hai mai tradito il tuo destino, tutti hanno una seconda possibilità. Stavolta io sono qui per te, non sei sola, se sbaglierai sbaglieremo insieme”.

“Dove ci condurrà il destino? Se solo le strade verso l’Irlanda fossero accessibili prenderei questa spada e troverei una guerra che fosse degna di essere combattuta. Partiamo, andiamo via da questa città, smettila di accumulare denari, prendi la tua sacca, mettici dentro il poco che hai e andiamo via”

“Non è quello che vuoi, non è il tuo destino”

“Il destino me lo mangio e poi sputo i noccioli”.

Una risata seppellì quella conversazione. Ma la partenza non era lontana, avevano accumulato molta frutta e presto sarebbe stata l’ora.

Mancava solo una meta.

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Williamwallace

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 1:28 am

Will era da molto tempo li...controllava, scrutava ,leggeva e sentiva...

si sentiva...sentiva i pensieri...

sono forse pazzo? si chiese, ma si rispose anche ...di pazzo c'è ne uno solo...

Questa città, pochi sguardi amici...una città adatta alla solitudine...

Ogni tanto si divertiva a stuzzicare una sua conoscenza , le diceva la verità, lei se la prendeva, ma era la verità nient'altro che la verità...Più di una volta l'ha vista vacillare nelle intenzioni: la conferma di quanto sperimentato tempo prima...

Urcà sbottò William che notizia sconvolgente che sento!!! non cambia nulla

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Tergesteo

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 1:29 am

Il sole di maggio faceva presentire una calda estate.
La città, deserta con l'oscurità, di giorno era decisamente più animata.
Era giorno di mercato e la piazza della città era brulicante.
Gente che andava e veniva.

Tranne un uomo.

Egli se stava piantato sul selciato a gurdare in alto, verosomilmente il volo d'un uccello.
Novello aruspico, tentava di estrapolare il futuro.
O semplicemente gli pareva uno spettacolo degno d'esser guardato.

Un gruppetto di perdigiorno, forte del loro numero, decise di burlarsi di qull'uomo.

"Olà , buon uomo ... di grazia cosa scrutate con tanto impegno?"
Tergesteo abbassò la testa, fissò lo sconosciuto, chiuse ritmicamente gli occhi per riabituarli. Ma non diede risposta.
"M'avete udito, cosa guardate?" disse lo sconosciuto , rivolgendosi sogghignante agli amici poco lontani.
"Guardo una rondine ..." disse Tergesteo fissando un uccelletto volare nervosamente.

Effettivamente una rondine si spostava veloce da un tetto all'altro, con movimenti nervosi. Di seguito roteava sulla piazza lanciando il suo grido per poi ritornare ad imbucarsi sotto i tetti.
La povera bestia sembrava impazzita, affranta, sconvolta.

"Una ... rondine? E lo trovate interessante come spettacolo?"
Tergesteo lo fissò nuovamente con lo sguardo sornione e sardonico.
"Si dice ... , e questo lo saprai anche tu, che la rondine sia presagio di primavera... ed è vero .. essa ritorna periodicamente al finire dell'inverno da dove è venuta ... forse per nostalgia ... io preferisco pensare che non ritorni ma se ne allontani ... forse per tedio o perchè ... perchè non lo so mica sono una rondine!"

S'interruppe per ricominciare.

"Quello che tu non sai è che al di là del mare , dove viaggiai tempo addietro , questo animale è simbolo di rinuncia e nel contempo di buona compagnia ...curioso no?"

Il beffatore che diventa beffato. Il Folle che per un momento diventa Saggio. Il Savio che diventa Stolto.
Tergesteo adorava questa situazione.

"Ma quello che di sicuro non sai è che nelle terre di Averroè , la rondine ispira i poeti perchè in essa vedono solitudine , distanza, separazione ... e anche se non lo confessano , sono sicuro che vogliano vederci anche il ritorno e il ricongiungimento ... per una sorta di masochismo immagino, dal momento che per quelle genti il cinguettare di una rondine indica la separazione imminente tra vicini e compagni..."

"Ma se ti illudi che la rondine sia solo capace di cinguettare e volare ma alla fine ritornare al punto di partenza , allora ti chiederò : tu lo sai cosa ha visto la rondine?"

"Ora capisci, amico mio, perchè lo spettacolo è così interessante?"

L'uomo non rispose.
Incalzato dal Folle se ritornò dai suoi compagni, muti.
Si sarebbe detto che volevano nascondersi dalla rondine, scossi da quelle parole.
O forse scossi dal fatto che davano ascolto ad un povero Pazzo....

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Re: Le giornate di Milano

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 1:30 am

Non importa cadere.
Prima di tutto.
Prima di tutti.
E' proprio dei fiori più preziosi
cadere nobilmente
in una notte di tempesta.

Nel giorno atteso,
a conoscere quello
che è racchiuso nel mio cuore,
che da tempo ha giurato,
sarà la sola tempesta?

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Re: Le giornate di Milano

Messaggio  Admin il Ven Giu 04, 2010 1:31 am

Milano era lontana, era ormai tempo di guardare al futuro e di rinchiudere il passato in uno scrigno. Danitheripper guardò il sole, chiuse gli occhi, e lasciò che un'antica melodia prendesse il sopravvento sulla sua coscienza.

C'era la vita che attendeva.



Dietro a un miraggio c'è sempre un miraggio da considerare,
come del resto alla fine di un viaggio
c'è sempre un viaggio da ricominciare.

Bella ragazza, begli occhi e bel cuore,
bello sguardo da incrociare,
sarebbe bello una sera doverti riaccompagnare.

Accompagnarti per certi angoli del presente,
che fortunatamente diventeranno curve nella memoria.

Quando domani ci accorgeremo che non ritorna mai più niente,
ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria.

Perciò partiamo, partiamo che il tempo è tutto da bere,
e non guardiamo in faccia nessuno che nessuno ci guarderà.
Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere
e partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già?

E andiamo a Genova coi suoi svincoli micidiali,
o a Milano con i suoi sarti ed i suoi giornali,
o a Venezia che sogna e si bagna sui suoi canali
o a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali.

Dietro a un miraggio c'è sempre un miraggio da desiderare,
come del resto alla fine di un viaggio,
c'è sempre un letto da ricordare.

Bella ragazza ma chi l'ha detto che non si deve provare?
Ma chi l'ha detto che non si deve provare a provare?

Così partiamo, partiamo che il tempo potrebbe impazzire,
e questa pioggia da un momento all'altro potrebbe smettere di venir giù.
E non avremmo più scuse allora per non uscire.
Ma che bel sole, ma che bel giallo, ma che bel blu!


THE END

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Re: Le giornate di Milano

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