Le Giornate di Modena

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Le Giornate di Modena

Messaggio  tergesteo il Ven Giu 04, 2010 12:19 pm

TERGESTEO

Luce gocciolava dalle imposte.
L'aria ferma e umida, presagio di un temporale, rapiva l'aria dai polmoni.
Tergesteo aprì gli occhi.
A fatica.


Era disteso su un pagliericcio sporco, nel piano superiore di una locanda di Modena, in una di quelle zone della città dove le ronde cittadine non arrivavano.
Ora erano poco considerati poco più che briganti ed era quindi naturale mischiarsi ai criminali.


Si passò la mano segnata sul volto.
Sospirò.
Ancora quel sogno.
I due fanciulli che giocano.
Una donna vestita di scuro.
La bambina che si allontana.


Era una scena che gli capitò di vivere appena arrivato a Modena e che non l'aveva abbandonato.
Tutt'altro.

Abbandonò la stanza afosa preferendole la taverna.
Si sedette ad un tavolo.
C'erano alcuni avventori , non propriamente frequentatori della Corte Imperiale che dissertavano amabilmente di politica, imponendo ad alta voce le loro opinioni agli astanti.


“La pidocchiosa avrà quel che si merita … una bel colpo di mannaia e quella testaccia bionda che rotola in un cesto!”
Non era difficile capire di cosa stessero parlando e soprattutto di chi.
“Ti sbagli, vecchio caprone … le daranno la galera .. le belle galere di Modena...” e sottolineò il concetto con uno sputo a terra “... bastardi milanesi , loro e gli infami Porcelli.... allo spiedo li voglio vedere,tutti!”

Non sarebbe stato difficile per Tergesteo aprire la gola di quei gentiluomini.
Ma anche la Morte ha un'etichetta e questi fenomeni da baraccone hanno maggiore pena a vivere che a morire.
E non ultimo era stanco e confuso.
Molto confuso.


“Esecuzione ...prigionia … certo avrebbero dovuto catturarla … tuttavia la prospettiva è tutt'altro che incoraggiante....”
Il Folle sentiva come le visceri fossero di ghiaccio : anche un singolo respiro generava una pena insopportabile.

Esecuzione.
Prigionia.

La stanza ruotava davanti ai suoi occhi.


Morta.
Prigioniera.

Respiro affannoso.
Le mani che tremano.

Morta.
Prigioniera.


Uscire da quella stanza. Ora . Subito.

Tergesteo si alzò barcollando e con passo incerto e volto stravolto si fece cadere sull'uscio.
Spalancò la porta.
L'aria era umida ed immobile.
Il cielo plumbeo rimandava l'eco di un tuono.


Il Folle si appoggiò al muro.
Il respiro gli veniva meno.
Le visceri un blocco di ghiaccio.

Cominciò ad avventurarsi per le vie della Suburra modenese.
Procedeva incerto, senza una meta.
Gli occhi sgranati rimandavano immagini ma la sua mente devastata ne produceva altre.
Lei, un patibolo, una donna in nero, due fanciulli.


D'un tratto passò accanto ad un gruppo di persone, coperte da cappucci.
Una mano lo trattenne.

Terges, dove vai allo scoperto? … sii prudente e torna in taverna!”Non riconobbe subito quella voce.
Potevano essere passati un istante o mille anni prima che realizzasse che era la voce di lei.


Era troppo.
Tergesteo si ritrasse violentemente , barcollò, indietreggiò per mettere quanta più distanza tra quella visione e se stesso
Si voltava disordinatamente alla ricerca di qualcosa.
D'improvviso aggreddì un cittadino che portava per la cavezza un destriero.
Gli rubò il cavallo e prima che potesse opporsi Tergesteo già galoppava per le straduzze tortuose.


Gli parve che quella voce lo chiamasse.
Eterno ritorno all'uguale.

Morta.
Prigioniera.

Uscire da quell'incubo. Ora . Adesso.


Non risparmiava alla cavalcatura poderosi colpi di tallone.
Mettere più distanza possibile tra quella visione e se stesso.

In breve fu fuori dalla capitale.
Strano a dirsi, non trovò nessuno a sbarrargli la strada.

Cominciava a piovere.
La pioggia fredda sfrigolava sulle rocce arroventate dalla giornata calda e afosa.
La strada si faceva fangosa.
Il cavallo in alcuni tratti scartava.

Fu lungo un pendio che Tergesteo persè l'equilibrio e si sentì scivolare lungo il fianco della cavalcatura prima di cozzare sul terreno.

La pioggia gli picchiettava sul volto.
Non riusciva a muoversi, riverso supino a terra, ignorando se ciò fosse dovuto alla caduta o alla spossatezza.


Respirava a fatica.

Morta
Prigioniera.

Tergesteo sentiva la terra che accanto diventava fango, rivoli di acqua ne attraversavano le vesti.

Cominciava a farsi strada l'idea che gli era concesso lasciarsi andare, che ormai non era più necessario combattere.
Attendere quella donna in nero.
Farsi portare via.
Nella speranza di trovare...

Chiuse gli occhi.
Era tempo.




EBERNITZ

Seduto in disparte, alle porte della città, aprofittava di un momento di pausa concesso dal suo maresciallo per mangiare il solito misero pasto, consumando così pian piano le sue scorte. Sospirava frequentemente in quella giornata afosa e in quei momenti ringraziava chi da lassù gli aveva concesso di trovare un po' di ombra, in disparte.

Sedeva con a fianco poggiata la sua lancia mentre osservava i ben pochi viandanti passare, in quei giorni nessuno viaggiava.

Solo poche voci, quelle dei suoi compagni ancieri, lo circondavano ma non ci badava troppo, ascoltava distrattamente qualche facezia detta da Solenero a sua Moglie Abigalle, l'ennesimo tentativo di rimorchio di Dazz94 ai danni di Halina e il russare di Kataaa94 poggiato da parte senza permesso.

Finito il pasto ripose la sua gavetta legandola alla cintura logora e quindi si rialzò per poter stiracchiarsi quando vide un cavaliere uscire dalle porte della città. Non lo avevano fermato e inarcò un sopracciglio vedendo la stranezza della cosa e quindi socchiuse gli occhi per cercar di capire,vista la tanta fretta, dove si stesse dirigendo. Rimase in silenzio qualche attimo e dopo aver dato un calcio al lanciere Kataa94 disse:

"dai sveglia, andiamo da Libero a veder se ha ancora un piccione, devo mandare un messaggio"

Detto ciò, tra le proteste del compagno e un'ochiataccia di Abigalle si diresse dove doveva andare, con la fronte agrottata per qualche pensiero.




TERGESTEO

L'alba.
Canto di un fringuello solitario.

Tergesteo aprì lentamente gli occhi.
Il Sole gli rammentò ceh il ritorno alla realtà aveva un prezzo dapagare.
Richiuse gli occhi.

Rumore di cavalcature.
Poi di passi.

Il Folle non aveva forza per muovere un solo muscolo.
Tanto valeva restare là ed attendere la fine.
Da solo.
E questo lo rammaricava fino alla disperazione.

Percepì una presenza sopra di lui.

"E'... vivo?"
"Cosi sembra..."

"Animo, demente, animo...apri gli occhi!"

Lo soforzo per alzare un ciglio era sovrumano.
Vide un viso oscurato del controsole , ma dalle fattezze note.

"...William..."
"Indovinato, pazzoide ..ora tirati su.."


Con fatica il soccorritore lo rimise in piedi.
Era come manipolare uno spaventapasseri.


Tergesteo alzò lo sguardo e vide una donna che lo fissava.
"Sorella ... sei.."
Non finì la frase che un pugno in pieno volto lo ricacciò con la faccia nel fango.
Sentiva in bocca sangue e fango.
Ma strano a dirsi era contento anzi felice.

"Rifallo! Rifallo e giuro che ti ammazzo ... chiaro? "
"Dani... bada di ucciderlo davvero .. almeno non ora!"


Tergesto puntellandosi sulle braccia tentava di rialzarsi.
William lo aiutò nuovamente "
Su ..su .. è il suo modo per dirti che stava in pensiero ..."
Il Pazzo, seppur dolorante . si fece scappare un sorriso...
Tuttavia doveva ancora trovare il coraggio di rialzare la testa e guardare in viso la Sorella di Morte.





DANITHERIPPER

Danitheripper stava seduta in silenzio in taverna fissando il suo bicchiere vuoto, senza decidersi ad ordinare. Erano state giornate concitate, i modenesi chiedevano a gran voce giustizia e le loro accuse gravavano sulle sue spalle come macigni. Anche lei al loro posto avrebbe voluto una testa, tante teste ... Ma perché non accontentarsi della sua. L'idea che anche Will, Terge, Plue, Katerina e Walden, i suoi porcelli mannari, potessero morire, era la condanna più dura da digerire.

Li aveva messi in pericolo ma aveva promesso loro una guerra, non un boia. Le ultime gocce, coperte da un sottile strato di schiuma, stavano lì a ricordarle che non aveva finito il lavoro. Avrebbe dovuto bere fino alla fine, eppure non riusciva, per quanto sembrasse facile. Solo lei e pochi altri sapevano come erano andate davvero le cose, ed il segreto sarebbe rimasto tale.

Portare sulle spalle il peso del mondo e pensare alla morte come una liberazione.
"Prima io, prima la mia testa - pregò mentalmente un'entità superiore - solo così potrò morire immaginando che gli altri si siano potuti salvare"

Will era con lei e la guardava ma i suoi pensieri vagavano chissà dove, chissà a chi ...

Passarono ore, forse solo minuti in quello stato, prima di rendersi conto che quel prolungato silenzio significava solo una cosa: Tergesteo non c'era!

Dani si alzò di scatto, Will capì. Corsero nella sua stanza. Il folle amava quei momenti in cui, nel silenzio della notte, colpiva gli occasionali avventori con frasi deliranti ma sincere.

Non era nella sua stanza.

Pochi minuti e guadagnarono la strada, la luna indicava loro un sentiero.


"Buon soldato - chiesero ad un modenese di ronda - ha mica visto un uomo vagamente alterato da queste parti?"

Il soldato li guardò, probabilmente non li riconobbe. Sotto la luce della luna i loro volti diafani incorniciati da chiome dorate, davano loro un'aria angelica. Sembravano due fidanzatini preoccupati per il loro pacifico futuro, o due fratelli in pensiero per il padre.

"Ho visto un tipo strano in effetti ... un folle direi, si è lanciato al galoppo verso quella direzione, rischiando seriamente di essere fermato e di certo non benevolmente. Ragazzi, non fate preoccupare i vostri genitori, tornate a casa, siamo in guerra ed i folli vanno lasciati andare. Se sarà fortunato cadrà sotto i colpi di qualche soldato ed avrà smesso di soffrire in men che non si dica".

"Grazie soldato" Danitheripper gli lanciò qualche soldo.

L'accusavano di nefandezze di ogni tipo, ma quei soldi li aveva guadagnati lavorando nelle stesse miniere che non aveva fatto nulla per evitare crollassero. In quel momento però contava solo salvare Tergesteo, gli aveva promesso che sarebbe stata con lui al momento della sua morte e così sarebbe stato, con o senza la testa ...

Will le prese la mano e la tirò "Andiamo, o sarà troppo tardi"

Quel gesto la stupì, vedeva quei due uomini così diversi e distanti e non avrebbe mai immaginato che anche a lui stesse a cuore la sorte del pazzo.

Non se lo fece ripetere due volte, in pochi minuti Modena era già alle loro spalle ...





TERGESTEO

Fuori Modena, 25 maggio 1457

William stava accudendo i cavalli.
Il Pazzo stava là, seduto.
Il capo chino.


"Ti senti mglio, Terges?"
Un cenno di assenso, timido.
"Si..ora si..."
La Sorella di morte gli si sedette accanto.
Fissava un punto dell'orizzonte , lontano, nell'attesa che la tensione si sciogliesse.


Fu il Folle a rompere gli indugi.

"Che tu ci creda o no, mi spiace .... vi ho trascinati in mezzo a questa situazione , ma non volevo ... "
"Lo so , Fratello. Non ti preoccupare..."
"Vi ho condannati a morte : siamo lontano dalle nostre linee e ci stanno cercando ..."
"Certo e ci cercano per darci una medaglia .. non certo per spiccarci la testa dal collo..."

Tergesteo abbozzò un sorriso.
Adorava quando la Sorella con qualche frase pungente riusciva a farlo riemergere dalla sua tristezza.

"E poi, Folle Tergesteo, ti ho promesso qualcosa mi sembra ... e il mio destino non tradisce!"
Il Folle era molto stanco.
Le appoggio la testa sulla spalla reclinandola di lato.
Lei non si mosse.

"Ero venuto qua per uccidere la mia paura ... ma come hai visto è più dura del previsto ..."

Lasciarono che la brezza parlasse per loro.

"E' ora ,dobbiamo arrivare velocemente a Mirandola e raggiungere le nostre linee.. se stiamo quà è la fine!"
La voce di William pose fine al sogno.
"Andiamo Fratello ..." disse lei.
Tergesteo si rialzò a fatica.
Perdere gli ultimi barlumi di umanità è dura per un uomo, fosse anche folle.





TERGESTEO

Mirandola, notte tra il 26 e il 27 maggio 1457

Le luci di Mirandola erano alle loro spalle.
Erano partiti nottetempo, dopo una breve sosta in taverna.
Gli astanti non credevano ai loro occhi , ma nessuno li aggredì se non verbalmente.
A onor del vero, ci fu anche chi li difese.

Il gruppetto procedeva lentamente, lungo le strade che portavano ad est.
L'obbiettivo era ricongiungersi agli eserciti di Milano.
La folle corsa di Tergesteo li aveva messi in una situazione tutt'altro che semplice.
Intrappolati nel cuore del Ducato , mentre gli eserciti modenesi erano in movimento.


"Dicono che ai pazzi e agli ubriachi la fortuna sorride : siamo due su tre ..."
Danitheripper non perdeva occasione per una battuta di spirito.

Il sorgere del sole li sorprese.

Era la fine della notte.

A breve distanza , una formazione da combattimento in marcia, si stava avvicinando.

"Dannazione..deve essere Airone .. dite che ci hanno visti?"
"Sì..guarda si è staccato un gruppo di cavalieri e puntano diritti su di noi..."


Tergesteo guardò i due compagni.
Entrambi osservavano l'avvicinarsi del nemico.

Incrocio di sguardi.
Un sorriso.

"Fratellino, è ora di rispettare un patto ..."

L'istante atteso e temuto.
Una vita spesa a cercare l'attimo sublime.
Ed eccolo ... cristallino, puro.
Tergesteo chiuse gli occhi.
Il tempo si era fermato.

"E' ora .. è proprio ora!"

La Guerriera Bionda diede un forte colpo di sprone al cavallo e si lanciò sui soldati , seguita dai compagni.

Tergesteo vedeva a fatica.
Il mondo rimbalzava , rumore assordante di zoccoli.
Fissò il proprio obbiettivo, un cavaliere che si stava avvicinando.

Si avventa sul bersaglio.
Non può fallire.
Il coraggio è soltanto
guardare
guardare
guardare.

Senza chiudere gli occhi neanche per un istante.
Com'è lontano il cavaliere...

Dardi lo colpiscono, il sangue schizza dietro le spalle.
Avverte i colpi, ma non il dolore.

Attimo sublime.
Cerca la Sorella.
Ne vede i capelli al vento.
Bellissima.

Poi non vede più nulla.
Non vede la morte che dovrebbe accoglierlo a braccia aperte.

Il cavaliere carica il colpo.
Buriana rotea.
C'è soltanto il nemico.
Che esiste.
Che vede.

... non fu cosciente nel momento in cui lo colpì.

Oscurità.

Oscurità.

Nessun dolore.


Tergesteo apre un occhio.
Stivali di soldati.
Che parlano e ridono.

A breve distaza un corpo insanguinato.
E' lei.

Il Folle si trascina come una lucertola.
Incurante delle ferite.

Un soldato sta per finirlo, ma un superiore lo ferma.

Il Folle si trascina fino al cadavere della Sorella.
Sembra che dorma.

Ma ha il viso insanguinato.

Il folle si fa forza, si puntella su di un braccio.
Vede il volto vermiglio della Sorella morta.
E poi nulla più.
Il mondo gli si liquefà davati, gocce cadono sul volto di lei.
Ma la giornata è splendida e calda.

Il Folle si strappa un brandello della giubba lacera, avendo cura che non sia insanguinato.

Piano piano le pulisce il volto.
Il sangue scivola via, mescolato a lacrime.

Il Folle si appella alle ultime forze.
Ancora quella missione, l'ultima.
Il viso di lei è sereno , ora.
Sembra che dorma.
Magari sogna.
E sorride.

Avrebbe voluto sfiorarle la fronte con le labbra.
Ma non c'è tempo.

Il Folle crolla a terra.

Il brandello arrossato come un sudario gli scivola dalla mano.
Quella stessa mano che reca una cicatrice ed una promessa adempiuta.

Oscurità.
Silenzio.

E nulla più.





HOMERDELCAVALIERENERO

Homer era in taverna...qualcuno gli disse che erano morti stanotte Danitheripper, l'usurpatrice, e Tergesteo forse insieme a Williamwallace...si erano stati gli artefici di mille problemi, non avevano mostrato molta bonomia verso gli occupati...tutto quel che si vuole...erano folli...vero...nonostante ciò non riuscì a non provare un senso di tristezza...i nodi vengono al pettine, si sciolgono, ma è comunque triste...augurò mentalmente loro di trovar la pace che qui non eran stati capaci di scorgere nelle piccole cose e si ripromise di rimandarli a cercar tale pace ove mai avesse incontrato i loro spiriti...anche con le cattive...
Addio o arrivederci folli!!!




UN SOLDATO

Rimase a guardare gli ultimi gesti dell'uomo morente che si trascinava a fatica verso la donna. Lo vide asciugarle il sangue dal viso prima di raggiungerla nell'abbraccio della Morte.

Mentre ritornava nei ranghi, ripensava a quel gesto, un gesto semplice eppure così pieno di significato.

Amici e nemici, i veri sconfitti saranno coloro che sopravviveranno a questa guerra.



tergesteo

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Re: Le Giornate di Modena

Messaggio  tergesteo il Sab Giu 05, 2010 3:17 am

TENEBROSO

Da un posto lontano udì la triste notizia e solo un soffocato grido di rabbia riuscì a proferire:
"Oggi, spero che siate voi a morire, venga il vostro destino oscuro, sotto la nemica spada.
Voi da questa mischia non sfuggirete vivi! Sciocchi, perché avete sterminato crudelmente i "folli" Cavalieri, dichiarandovi i più potente dei popoli?
Poiché vi vantate di tanto scempio la stessa sorte vi si rivolterà contro".

Arrivederci "folli" Cavalieri, arrivederci in lidi più tranquilli.




DANITHERIPPER

Visi, occhi, lame, sangue … la fine che si avvicina …



Morire, mantenere le promesse … la perfezione di un destino, i tasselli che trovano posto uno alla volta e che mostrano una figura dalla bellezza devastante.



Will e Terge, gli amici, i fratelli, il suo mondo, la sua risposta alla solitudine … che suoni la musica … che tacciano le voci … ah che finale!



Vorrei potere ricordare tutti i vostri nomi orchestrali modenesi, poiché a tutti voi sono grata, questa è la risposta, questa la sorte, ma la memoria ha il brutto vizio di andar via con la vita …



Se solo potessi lasciare detto a chi resta di non cercare vendetta contro costoro, poiché essi non erano che comparse scelte a caso per compiere ciò che era scritto … la morte porta strane idee con sé … perché pensare alla vendetta? Non è vendetta, questa è la guerra, ci si uccide perché si deve, senza rancore, senza odio.



Quanti erano? Uno, dieci, cento … che importa?



Ma la gratitudine ch’io provo adesso forse è dettata da un insensato moto perpetuo di idee? Questa è la morte? Idee che s’inseguono cercando una via di fuga per cessare il tormento. Perché questa coscienza non si spegne? Perché sento gli odori? Perché il sapore del mio sangue stuzzica ancora i sensi e mi fa desiderare di alzarmi e continuare a combattere? Anche se andrò incontro a un altro massacro, anche se non potrò vincere.



Non sempre si gioca per vincere, si gioca per esserci … qualcuno deve pur perdere …



Non ho un’anima … i profeti mi sbarrano ogni strada poiché io non ho creduto, non ho dato ascolto a chi mi parlava di loro. Ralph, Heldor … non c’è nulla dall’altro lato, ci sono sempre e solo io …



No, resto vigile perché non ho ancora smesso di combattere, arrendiamoci Dani, basta voci, basta pensieri, basta tutto. Nessuno avrà la mia anima … non ho ceduto alle lusinghe di un battesimo e adesso giaccio qui, mentre la terra sporca la mia pelle candida e la mia anima non sa quale strada seguire.



Se solo potessi vedere, se solo potessi udire, ma i sensi che mi restano non sono gli stessi dei sogni … un tocco, qualcuno mi pulisce il volto, benevolo. Dev’essere Tergesteo, dev’essere vivo, non ho mantenuto la mia promessa!



No, l’ho visto cadere, l’ho visto girarsi verso di me ridendo beffardo in faccia alla morte, anche io sorrido, stavo sorridendo a lui … E se fosse Will? Magari Will è salvo … egli non è un uomo, egli è il mio demone personale, se solo avessi la possibilità di ringraziarlo. Lui mi ha portata qui a compiere il mio destino, mi ha accompagnata anche se sapeva che non avevamo scampo.



“Sono venuto con te Dani perché era inevitabile. In questa guerra ho scelto di stare con te e con nessun altro”.



“Sarai un po’ triste e solo nel mio lato Will”.



“Il tuo lato è sempre stato un po’ triste e solo, ma non mi metterei da nessun'altra parte”.



Eppure il Capitano Tancredi era vicino, bastavano pochi metri e ci sarebbe stato l’abbraccio coi compagni d’arme, con quegli stessi amici che avevo lasciato a Milano.



L’abbraccio, la morte, la perfezione …



PACK

Stanza buia di modena,a malapena illuminata da una lampada ad olio..
Ora e giorno inprecisato.
Su un lettino di legno,costruito in maniera rozza e veloce,ce un corpo pieno di ferite sanguinanti

Su quel corpo una persona sta operando.

"Assistente ,ago e filo......veloce"

una mano tremolante passo le cose richieste
il sangue schizzava dappertutto e colava a terra,le ferite ero tante,troppe
I colpi di spada inferti su quel corpo erano stati duri,ma fortunatamente non erano stati letali..non del tutto..quel corpo era ancora vivo


" forza con quello straccio,prema sulla ferita,bisogna bloccare il sangue...no non li.li!! "

frenetici movimenti di sutura si alternavano alle imprecazioni,ma il tempo era davvero poco per poter fare ancora qualcosa.
Tempo..che parola affascinante di cui si ignora completamente il significato.
Di tempo non ce ne mai abbastanza,eppure la inventato l uomo tale parola e la definito lui stesso


" Respira?......Assietente il paziente Respira o no!! non si incanti e continui a premere sulla ferita.."

Il sangue cominciava a fermarsi man mano che le ferite venivano chiuse.
Il respiro cominciava ad udirsi in maniera chiara anche se ancora affannata


"dottore,perche avete chiesto alle guardie di portarlo da voi?perche avete detto che era morto quando in realta state tentando di salvarlo? e' un nemico di modena, dovreste lasciarlo morire come e' giusto che sia"

Lasciarlo morire.....bella tentazione.....daltra parte cosa costa in fondo? la gente continuamente muore e da molti giorni,con questa guerra, muore ancora di piu con frequenza.

"Acquilegia....questa persona e' nemica di modena e' vero, lo e' da alcuni giorni, ma il giuramento di Ippocrate e' vecchio di secoli.
Ogni medico per coscienza deve provare a salvare ogni vita, amica o nemica che sia, povera o ricca, atea o aristotelica,nobile o contadina.
Io qui vedo un paziente ferito e non posso non provare a salvarlo.
Se poi morra,sara per volere di Aristotele.
La guerra e la morte sono cose create dall' uomo, la vita e la ragione sono donati dall' altissimo,non spetta a me togliere la possibilita di vita a costui."



Dopo 2 ore, finalmente le ferite erano tutte chiuse e il paziente salvo.

"ecco.....finito.....per 45 giorni il paziente non potra muoversi o morira per la debolezza."
Possiamo andare Infermiera,il nostro compito e' finito,ora e' tutto nelle mani dell altissimo"





NENIA LONTANA

Avevo un compagno
Come lui non se ne trovano
Quando marciavamo insieme
Camminava al mio fianco,
Con lo stesso passo.



Il soldato ducale salì rapidamente le scale dell'ospedale.

Nuovo giorno, nuovo carico di feriti.
E con loro la sorte era stata beningna.

Sperava di avere notizie di un suo commiltone, rimasto ferito durante i combattimenti della notte precedente.
Attraversò l'atrio con impazienza : era già trascorsa buona parte della giornata senza che nessuno lo informasse delle condizioni del suo compagno.
O per meglio dire amico, dal momento che si conoscevano da quando erano ragazzini.



Se uscivamo nella notte
Sotto lo stesso mantello
Quando il nemico ci vedeva
Ci scambiava per fratelli
Inseparabili come le dita di una mano.



Quella notte era successo tutto molto in fretta.
Erano usciti in perlustrazioni fuori dalle mura ma si erano imbattuti in una pattuglia nemica.
Novelli Eurialo e Niso, s'erano ritrovati a dover ripiegare e purtroppo il suo compagno ebbe la peggio.
Dovette trscinarlo fin sotto le mura del castello e il loro passaggio era segnato da una stria di sangue che scintillava nella notte alla luce lunare.
Lo presero in consegna gli infermieri e poi non se ne seppe più nulla.



Un giorno, scoppiata la battaglia
Corremmo in mezzo ai primi
verso dove veniva il nemico
Li assalimmo come leoni
Senza indietreggiare.



L'ingresso nel padiglione dove erano stipati i feriti fu raccapriciante.
Giovani soldati con lo sguardo vuoto come statue di gesso fissavano i medici passare.
Non s'azzardavano a proferire parole.
Erano scossi e tristi, ma preferivano poggiare i loro sguardi altrimenti alle vistose ferite e mutilazioni che facevano scempio ai loro corpi.

Ad essi facevano da contraltare le urla strazianti di quanti poco distanti e malamente coperti da paraventi erano sottoposti a qualche intervento.
Più somigliante a una mattanza in verità.
Ma era di certo più preferibile udire le urla che non il sordo rumore di un segaccio che amputa una gamba mentre si fa strada nel femore.



Partì un dardo in volo
Non so se diretto a me o a lui
Lo colpì in pieno petto
Lo vidi cadere al suolo
Il mio cuore si spezzò



Il soldato cercò rapidamente il suo compagno frai pagliericci allineati.
Ma senza fortuna.
Cercò ancora imponendosi di non fare caso a null'altro se non al volto del compagno ferito.
Ancora senza successo.

Fu costretto a chiedere a quello che assomigliava ad un macellaio più che a un medico.
Intuiva cosa potesse essere accaduto.
Ma preferiva averne la certezza terribile.
Descrisse brevemente al medico chi stesse cercando.
Non ebbe risposta o per lo meno non la udì ma da come il medico scuoteva la testa con aria costernata comprese che i suoi timori erano fondati.

Strinse gli occhi come raggiunto da un pugno in pieno stomaco.
O forse voleva occultare le lacrime.
Non era più necessario restare in quel luogo assurdo.
Per l'ultimo saluto al suo compagno non era più quello il luogo.



Allungò la mano verso di me
Mentre lo guardavo
Riposa in pace, fratello io non vedo l’ora,
Da quel giorno che ti ho lasciato a terra,
Di vendicarti



Si allontanò velocemente dalla corsia.
Aveva bisogno di aria.
Aveva bisogno di stare da solo.
Non anelava null'altro che uscire.

Ma si bloccò d'improvviso.

Avvolto nelle bende, stava un corpo vestito di brandelli che ricordavano un'uniforme.
Un uniforme di un altro colore.
Non era un uomo.
Era un nemico , alla sua mercè , mandato da Aristotele stesso per pareggiare i conti con gli infami bastardi che avevano aggredito il suo Ducato e strappato la vita al suo miglior e amico.

Istintivamente si portò il pugnale alla mano : sarebbe stata questione di un solo secondo.
Fissò il corpo immobile.

Gli occhi chiusi.
Di quando in quando un fremito percorreva quelle membra ferite.
Sembrava fosse bastevole anche solo sfiorarlo per ucciderlo.
Il soldato esitava.
Sembrava scosso dagli stessi tremiti.
Ma stavolta di rabbia anziché di dolore.

Un colpo solo e avrebbe pareggiato i conti.
Impugnò il coltello e lo alzò sopra la testa , un colpo deciso e diritto, la lama fendeva l'aria come un falco in piacchiata.

Uno schiocco.
La lama che affonda nelle assi in cui è adagiato il pagliericcio che sostiene l'infermo.
La lama ancora vibra.
Freme.

Il corpo immobile è scosso da un fremito.
Il soldato è scosso da un fremito.

Il pugnale invece di carni sfregiate da cicatrici si è conficcato nel legno.
E ora quel pugnale suona come un monito.

“T'ho graziato, ma non l'ho fatto per te. L'ho fatto per il mio compagno”


Avevo un compagno
Come lui non se ne trovano
Quando marciavamo insieme
Camminava al mio fianco,
Non lo dimenticherò mai.




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Re: Le Giornate di Modena

Messaggio  tergesteo il Sab Giu 05, 2010 10:16 am

DANITHERIPPER

Le nuvole tanto attese si ammassano finalmente sopra la tua testa, il cielo nero si apre come un otre squarciato, la pioggia finalmente cade, ma avvicinandosi alla terra troppo bollente le gocce esplodono, esplodono appena sopra le tue mani tese, la tua bocca aperta, le tue labbra spellate, come se la Terra fosse diventata il sole in persona, e risalgono in getti di vapore per ricostituire le nuvole che il vento spinge altrove; allora sì, allora sai cos'è l'inferno...

È proprio quando si crede che sia tutto finito, che tutto comincia.


Che strana la morte, con la sua solitudine ed i suoi silenzi, la cercavi da sempre, anelavi al silenzio, eppure adesso ti rendi conto che ti mancano le voci e le emozioni che esse recavano con sé.



Ti manca la voce di Tergesteo, così tagliente come una lama, un timbro caldo, una voce che non ha mai esitazioni, solo pause per scandire meglio le parole.



Ti manca la voce di Will, eppure lui non parla mai tanto, ti guarda con quegli occhi che ti scoprono l’anima e l’incoraggiano a venir fuori, ti mostra le tue paure e ti chiede di affrontarle. Will che ti fa andare su tutte le furie perché non alza mai la voce e ti fa litigare da sola, una voce gradevole a sentirsi, di quelle che ti persuaderebbero che all’Inferno fa freddo.



Ti manca Ippolita, con quella sua voce simpatica, che ti fa ridere anche quando è seria.



Ti manca Braken, con quella sua voce ferma, mai aggressiva, che ti fa credere che tutto possa essere semplice.



Ti manca Amsterdam, con il suo tono pacato che raggiunge livelli inimmaginabili quando perde le staffe. Il padre che non hai mai avuto per la figlia che nessuno vorrebbe mai avere.



Ti mancano le voci di Magic_Eagle, di Cosy, di Arabell, di Sophia23, di Vincenzo, di Spartan8, di Bles, di Thay ... la tua famiglia. Li ricordi tutti assieme a casa, rincorrersi ed urlare, prima di questa guerra che tu hai voluto con tutta te stessa. Qualcuno di loro morirà, qualcuno forse è già morto ed è solo tua la colpa.



Le parole sono soltanto parole, vuote senza quelle voci che affidano al tono i loro significati, e che cambiano in base a chi le pronunzia.



Per la prima volta, Danitheripper avvertì l’assoluto della propria solitudine, poiché nulla ci rende più soli, più sperduti in noi stessi della convinzione di essere ridicoli. Ridicola come quei ragionamenti che si spegnevano dopo aver fatto lunghi giri attorno alla sua coscienza.



“A forza di riflettere, si finisce per arrivare a una conclusione. A forza di giungere a una conclusione, succede che si prende una decisione. E una volta presa la decisione, succede che si agisce per davvero” ti diceva il maestro d’arme, sempre lui, con le sue ragioni ed i tuoi torti. E tu che prima agivi e poi andavi a ritroso per cercare di capire perché lo avevi fatto.


Ma adesso qualcuno parla, ha una voce terribilmente acuta. Le parole rimbalzano nella tua testa senza che tu riesca a coglierle. Troppo rumore, un suono stridulo che interrompe il filo dei pensieri, il filo che ti guida in questa non vita che forse è morte e forse no. Un filo che ha un valore immenso ma tu non lo sai.




DUE INFERMIERI

L'ora più buia della notte.
Nella corsia buia ancora qualche gemito.
Anche il dolore più straziante recita per un pubblico e in mancanza di questo un poco s'affievolisce.

Fuori dalla corsia, due infermieri, in penombra.
Uno di loro si stava sbucciando una mela con calma.
Sembrava abituato a quell'orrore, diversamente del vicino, dall'aria scossa.


"Secondo te, cosa pensano?"
"Chi?"
disse l'interlocutore affettando la mela. "I moribondi .... cosa pensa un moribondo?"
Il lavoro del coltello sul frutto verdognolo si arrestò.
"Non saprei ... nessuno è tornato mai a raccontarmelo.."

"Tuttavia ... immagino che siano pensieri che riguardano il loro passato ... di certo non il futuro"
"Non ti seguo ..."


L'infermiere riprese ad armeggiare con mela e coltello.
"Vedi .. suppongo che negli ultimi istanti che gli restano , i moribondi pensino a quanto abbiano lasciato di incompiuto, agli errori commessi ..."

"... e bada non mi riferisco a chissà quali imprese : credo che ripensino a quelle cose apparentemente ovvie che hanno rimandato di giorno in giorno, convinti che il tempo a loro disposizione fosse eterno... che so, una parola non detta, una lettera mai scritta, un fiore mai colto , un gesto mai compiuto ..roba di questo genere..."

"Passano i loro ultimi respiri nel rimpianto?"

"Credo che più che rimpianto si tratti di una maledetta nostalgia ,di tutte quelle persone e luoghi e cose e gesti che rendevano la loro vita quotidiana felice ... credo ci si renda conto dell'importanza di qualcosa quando se ne è privati."


I due stettero in silenzio.
Dalla corsia attigua s'intuiva qualche lamento.


"Credi che qualcuno di loro tornerà indietro?"
"Dici se si salveranno? Ne dubito parecchi sono conciati malissimo ma tuttavia potrebbe anche darsi ..."

"E cosa credi che farebbero se potessero salvarsi , nel senso ..."

L'interlocutore lo interruppe "...nel senso se diranno quello che avrebbero dovuto dire e fare quelo che avrebbero dovuto fare?"
"Si esatto"
"No credo di no ... forse mancherà loro il coraggio o vorranno dimenticare quanto accaduto ma non faranno o diranno nulla ..."
"Ma allora non avranno imparato niente?"
"Ti sbagli..."




IL LAMENTO DEL PAZZO

Fu sera e fu mattino.
Nuovo giorno.
Alcuni di coloro che soggiornavano nella corsia avevano lasciato l'ospedale, pochi vivi, molti esanimi.
I feriti gravi restarono là, abbarbicati agli ultimi brandelli di vita.
Cocciuti.
Commoventi.

Dal cortile, s'alzava una nenia recitata in maniera ripetitiva da un povero demente, con ogni probabilità uno di quelli la cui psiche non resse al clangore delle spade.

Grottesca mascotte, si aggirava per il cortile con gli occhi sbarrati, ripetendo la stessa, atroce nenia.


"Era un anno fertile per il grano, come mai in passato: era tutto in abbondanza.
Era un anno fertile per il grano, come mai in passato: era tutto in abbondanza.
Quelli che erano malati cronici e desideravano la morte, consegnarono finalmente con un sorriso l'anima all'Altissimo... l'anima all'Altissimo ...

Nei giorni dei grandi temporali il cielo era rosso,
la pioggia portava con sé la polvere dei deserti d'oltremare.
I vecchi dissero: ci sarà la guerra...
i vecchi dissero: ci sarà la guerra.
Nessuno prestò credito alle loro parole e nessuno fece nulla...

Cosa si poteva fare contro la profezia?
Solo cantammo per intere giornate...
cantammo per intere giornate fino a restare senza voce,
per potere consumare tutte le vecchie canzoni,
perché non ne restasse nessuna che venisse sporcata dal tempo...
perché non ne restasse nessuna."


Di quando in quando allontanavano il demente : sostenevano che "demotiva i soldati in fase di guarigione".
Diversamente, solleticava i pensieri dei folli.


"... quando intravedono il primo cadavere per strada le persone voltano la testa,
vomitano e perdono i sensi.
Senti il tremore per primo nelle ginocchia,
poi ti manca l'aria e ti gira la testa.
Sono d'aiuto in questi casi l'acqua fredda e leggeri schiaffi.
Se il cadavere di quel giorno era un suo parente o comunque un suo vicino, non permettetegli di avvicinarsi e di guardarlo.
Non si ha tanto tempo a disposizione, mai.

È raccomandabile piangere...
È raccomandabile piangere...
È raccomandabile piangere... fa bene al cuore.
Ma neppure per questo c'è molto tempo.
Non c'è mai molto tempo a disposizione."


Il demente continuava la nenia , sottolinenado i passaggi con un coninuo ondeggiare del corpo.
Avanti e indietro.
Indietro e avanti.
Come un mantra.


"In guerra nessuno è matto, o almeno, ciò non si può asserire nei confronti di nessuno.
Molti di quelli che erano matti prima della guerra, in guerra si comportano molto bene, come combattenti coraggiosi.

In guerra nessuno è intelligente: non devi credere alle verità di nessuno.
Le lunghe disquisizioni sull'insensatezza della guerra del professore di una volta, in un battere d'occhio si trasformano in un selvaggio grido di guerra, appena egli viene a conoscenza del fatto che un suo parente ci è rimasto.

Non ricordarti di nulla.
Prova a dormire senza sonno.
Devi ornarti di amuleti, e abbi fede nel fatto che ti aiuteranno.
Abbi fede in qualsiasi sogno.
Ascolta attentamente il tuo ventre... il tuo ventre!
Agisci secondo le tue sensazioni:
se pensi che non bisogna camminare per quella strada, vai per un'altra strada.
Fidati!
Non devi avere paura di niente,
la paura genera paura... la paura genera paura,
ti blocca!
Devi credere fermamente di essere stato prescelto a restare vivo"


Credere fermamente di essere il prescelto.
L'eletto a restare vivo.
Questo si che dovrebbero farlo sentire ai moribondi in corsia.
Credere fermamente di essere stato prescelto a restare vivo.


"Non lasciare lavori compiuti a metà.
Salda i debiti.
Devi essere pulito. Sempre!
Non fare nuove amicizie, già con quelle vecchie avrai abbastanza preoccupazioni.
Proteggi i ricordi: i quadri, le prove scritte del fatto che sei esistito.
Se tutto brucia, perdi tutto.
Se ti prendono tutto, dovrai dimostrare a te stesso che una volta tu eri"


Dimostrare che eri esistito e che sei un prescelto a restare vivo.

Il demente continuava a ripetere la litania.
Incessante.
Forse l'orrore che aveva visto era stato eccessivo.
O forse voleva strappare alla morte quanti più feriti possibile, salmodiando quei ritornelli.

O forse era solo un demente.
Che solitamente è la risposta più comoda e non ammette repliche.

Cinodimeno, quell'uomo continuava a donare quella litania.
Se anche soltanto uno l'avesse sentita e non solo ascoltata, sarebbe valsa la pena di aver barattato una ovvia intelligenza ad una follia imbarazzante.





DANITHERIPPER

Danitheripper scivolava dolcemente verso l’oblio, sentiva i pensieri spegnersi, il dolore, quello fisico, aveva cessato di travolgerla da tempo, e adesso anche quel malessere che la nostalgia iniziava a recare scorreva via. Via verso la morte, quella vera, quella per sempre …

Adesso che il comune sentire era cessato e che i pensieri si erano saziati ed avevano quasi cessato di catapultarsi nel cervello, Danitheripper iniziò ad avvertire la pesantezza delle proprie palpebre, qualcosa di reale, una finestra verso il mondo che chiedeva solo di essere spalancata. Ma erano pesanti quelle palpebre, come le braccia di un contadino quando il tramonto viene ad annunziargli che il suo lavoro è finito.

Gli occhi chiedevano di aprirsi perché le orecchie invocavano che il folle tacesse. Quella voce acuta e sempre uguale a se stessa. Coglieva qualche parola qua e là, sentiva un significato che voleva essere svelato, ma lei invocava solamente il silenzio.


“Era un anno fertile per il grano ... Nei giorni dei grandi temporali il cielo era rosso … ci sarà la guerra ... nessuno fece nulla ... perché non ne restasse nessuna … è raccomandabile piangere ... non c'è mai molto tempo a disposizione"

“Ti svelerò un segreto, una cosa che non insegnano. Gli dei ci invidiano. Ci invidiano perché siamo mortali, perché ogni momento può essere l'ultimo per noi, ogni cosa è più bella per i condannati a morte .. E tu non sarai mai più bella di quanto sei ora! Questo momento non tornerà”.

Tergesteo … era lui adesso, prima un folle poi la follia in persona.

Aprì gli occhi e fu avvolta da quell’immagine familiare.


“Non ce l’abbiamo fatta” provò a dire, ma le parole non trovarono la strada.

“Siamo morti Dani, siamo tornati indietro dall’Inferno, ci siamo riusciti” le disse mostrandole il palmo della sua mano.

Il taglio brillava come la coda di una cometa, o almeno così le era parso.





TERGESTEO

Galleggiare.
Inabissarsi.
Riemergere.
Inabissarsi di nuovo.
Anelare la superficie.

Tergesteo galleggiava sospeso in quello che sembrava un mare nerissimo.
Nessun riferimento dove indirizzarsi.
Nessuna lama di luce che facesse presagire la superficie.

Nell'oscurità riemergevano immagini antiche.
Una nave.
Un mare d'un blu profondo eppure ospitale.
Lo slancio.
Diventare acqua in un momento schiumante e disagevole.
Sospeso nel blu.
Sprofondare verso il fondo.
Indirizzarsiverso la superfice.
Sentire i polmoni che bruciano e gli occhi che fanno male fino a chiudersi.
Riemergere.

Galleggiava Tergesteo, senza un punto di riferimento nel nero di quel mare.
Annegare o riemergere?

D'improvviso, l'ultimo istante prima di ritronare in superficie.
Voci confuse d'intorno, lamenti , gemiti.


“..la superficie ...” si disse.

Difficile capire dove fosse, difficile capire se fosse vivo.
Il contatto delle dita con la stoffa ruvida del pagliericcio fu di conforto.
L'odore del sangue e di chiuso della corsia gli fu da conforto.
Il suono delle voci e dei gemiti gli fu di conforto.
Iniziava a sentire le tempie pulsare, il sangue scorrergli nelle vene e le ferite richiamarlo al dolore.

Solo i suoi occhi non risposero.
Era ben certo di avere le palpebere aperte, ma i suoi occhi non risposero.
Nessuna immagine.
O meglio una sola immagine indelebile.

Un volto di donna coperto di sangue.
Poi la visione si fece liquida.
Un immagine indelebile che gli bruciò la vista.

Chiuse e rinchise le palpebre ma nessuna immagine prendeva forma.

Credette di mormorare qualcosa.
".. i miei occhi … i miei occhi … “

Immaginò che ora fossero chiusi e sperava che le lacrime gli lavassero via l'oscurità.
Nulla.
Dicono che piangere faccia bene al cuore.

Credeva di piangere per il dolore o forse anche per il terrore di rimanere cieco.

Ma era una illusione.
Lo terrorizzava l'idea di non riuscire mai a scrollarsi dalla mente quell'ultima immagine di una donna dal volto sanguinante che lo avrebbe accompagnato come una condanna.

Il coraggio è guardare.
L'orrore chiudere gli occhi.





TERGESTEO

"Alzati , cane ... "
Tergesteo fu svegliato da una voce rabbiosa.
Non distingueva se era quella del solito infermiere o di qualcun'altro.
Poteva essere lo stesso Aristotele sceso sulla terra, in fondo contava poco.
Gli occhi del folle erano ancora malati , nessuna possibilità di rendersi conto di cosa stesse succedendo se non l'intuito.


"Bau! "
disse il Folle in tutta risposta ".. però non aspettarti che ti faccia le feste o scondizoli eh ..."
Gli parve che anche l'inserviente avesse sorriso.
"Ridi ridi , folle che sei ... anzi più che folle mi sembri stupido ... soprattutto ora"

Tergesteo fu aiutato a rialzarsi.
Le membra erano deboli,le ferite più dolorose che mai.

"Perchè che è successo?"
"Succede.."
disse l'inserviente prendendolo per la vita e facendolo avanzare"..che i tuoi amichetti abbiano concordato una tregua .... sarai d'accordo con me che hai rischiato la morte per nulla ... sempre se in precedenza ci fosse una motivazione che non la paranoia di qualche governante ..."

La stessa sensazione di un pugno nello stomaco.
Non ebbe la forza di controbattere.
Per dirgli che cosa?
Formulargli delle scuse? Certo questo sì : mi spiace che ci siamo fermati, bisognava andare fino in fondo.
Fino all'ultimo respiro.
Questo ve lo dovevamo.
Questo sì.
Tutto il resto non conta : non è la causa che santifica la guerra.
La guerra non è nè buona nè cattiva.
La guerra è.
Si combatte e si muore.
Ma chiedere quartiere ... suona come un tradimento.


"Dove mi porti?"
"Ci servono letti liberi .. ti trasferisco da un'altra parte, dove c'è meno gente. Ormai non sei in pericolo di vita ..potresti esserlo se rimani là..."
"Capisco cosa intendi..."
"No , milanese , non credo che tu capisca. Tu non hai idea delle sofferenze che avete causato e ora , per un motivo o per l'altro , molti modenesi potrebbero non avere giustizia ... lo sai tu quanti ho visto morire in quei letti?
Eppure tu ti sei salvato ... non è giusto!"


Tergesteo camminava a fatica.
"No.. non è giusto ... su questo hai ragione.
Sarei dovuto restare là accanto ai miei compagni.
Ho mancato ad una promessa e questo non me lo perdonerò mai."


Giunsero dopo qualche tempo in una stanza più piccola, con una decina di pagliericci adagiati a terra.
Vi erano soltanto un paio di feriti che riposavano
.

"Ecco, Eccellenza, la sua nuova dimora ..." disse l'inserviente aiutandolo a distendersi "... bada di non fare scherzi , hanno l'ordine di farti arrivare vivo alla sentenza del processo ma nessuno esiterà a farti secco se se ne dovesse presentare l'occasione!"
"Dove vuoi che vada ?" ribattè il Folle sciogliendosi la benda che gli copriva gli occhi.
Benchè li avesse aperti, essi rimandavano solo qualche punto luminoso ed intermittente.
L'inserviente lo guardò e usci dalla stanza.


Ogni tanto qualche colpo di tosse rompeva il silenzio del luogo.
Tergesteo ripensò quel pugnale conficcato nel letto che occupava poc'anzi.

Solo, cieco e tradito ora quel pugnale si sarebbe rivelato terribilmente utile ...





TERGESTEO

" Allora Milanese ... non sei ancora morto?" disse l'ufficiale medico tra il serio e il faceto mentre gli slegava le bende attorno agli occhi. "No , signore ... vedrò di impegnarmi!" rispose Tergesteo.

L'ufficiale modenese passava la mano davanti al volto del Folle.
"Niente? Nessuno stimolo? Nessuna immagine?"
"No , signore ...nulla se non qualche lampo di luce ".

Non era più il caso di insistere.
"Ti vedo docile, milanese ... quasi remissivo ... era diverso quando giocavi a fare il Portavoce fantoccio eh?"
"Potrei insultarla, signore, gridarle improperi circa sua madre ... ma avrebbe senso? Lei non ascolterebbe giacchè la violenza delle parole rende sordi, io non ascolterei giacchè le parole urlate rendono sordi ... la vedo così ... o meglio la penso così dal momento che non vedo alcunchè!"


Il medico non rispose .

"E poi , signore, avrei necessità di chiederle un favore ..."
"Ti ricordo che sei un prigioniero alla fin fine : considera questo!"

Il medico era spazientito : gli sembrava una richiesta alquanto arrogante per uno sconfitto.
"... avrei bisogno che scrivesse una lettera per me .. come vede non mi è possibile..."
Il medico ristette.
Si fece scappare un risolino e si placò
:" Va bene ..lascia che prenda il necessario ".
L'ufficiale si allontanò per ritornare poco dopo con pergamena e inchiostro.

"Avanti, Tergesteo .. dì"

"Vorrei che Tu tornassi.
Perchè di nuovo voglio ascoltarTi.
Di quei sogni che hai immolato
sull’altare di un’idea più grande.
Di quegli amori che, rinunciando,
hai chiuso in uno scrigno..."


"Tergesteo mi prendi in giro? Che razza di lettera è questa?"
"Abbia pazienza, signore ... mi assecondi, la prego "


Ci fu un momento di silenzio.

Vorrei che Tu tornassi.
Perchè di nuovo voglio ascoltarTi.
Di quei sogni che hai immolato
sull’altare di un’idea più grande.
Di quegli amori che, rinunciando,
hai chiuso in uno scrigno.

Di quei piaceri che hai, volutamente,
dimenticato.
Di tutto ciò che hai donato
che per Te era tutto.

Di come hai riscattato
la fierezza e l’orgoglio
d’una terra ingrata
con un solo Tuo sguardo,
l’ultimo sguardo della Tua vita.

Di quando il fumo del fuoco
Ti sembrò incenso di Paradiso,
e la pioggia cadente
pianto di stelle.

Parlami dei Tuoi progetti
dei Tuoi sogni, dei Tuio amori,
oggi che torni nella mia anima.
Oggi che Ti omaggio
e Ti ringrazio.

Oggi che il mediocre
vince sbeffeggiando
Tu perdona,
dall’alto del Tuo trono
Tu che in testa
porti l’alloro.
Parlami ancora delle Tue gesta.
Morte non hai vinto.

Silenzio.

"A chi devo farla consegnare , milanese?"
"La bruci e la disperda nel vento , la prego ..."


"Tu sei completamente pazzo ..."
L'ufficiale trattenne a stento l'impulso di colpirlo in faccia.
Ma ciononstante portò via la lettera con sè ...





DANITHERIPPER

Danitheripper, seppure facesse fatica a camminare venne trascinata verso una nuova destinazione visti i notevoli miglioramenti delle sue condizioni.

Cercava di mettere a tacere il dolore fisico concentrandosi su quello che sarebbe venuto dopo, su Will e Terge, che nessuno le diceva dove fossero finiti e se fossero vivi o meno.

Lei aveva visto Tergesteo, ne era certa, sentiva che se lei era morta e tornata in vita, il loro destino non poteva tradirli. E così doveva essere anche per Will, la cui sorte si era unita alla loro in un incredibile serie di episodi.

I carcerieri avevano per lei una particolare attenzione: il silenzio. Nessuno le rivolgeva la parola. Gesti e parole sussurrate tra loro in sua presenza sembravano un segno di rispetto per chi era stata una Duchessa, seppure fantoccio.

Le indicarono dei pagliericci, scelse il primo che vide libero e si accomodò. Quando i carcerieri uscirono esplorò la stanza con lo sguardo.

Fu allora che lo vide.

Delle bende gli coprivano gli occhi, ma era lui ed era vivo ...

Gli altri feriti sembravano dormire e non fecero caso a lei quando si portò a fatica verso lui.

Abituata com'era al silenzio non lo chiamò, anche se avrebbe voluto urlare il suo nome e risvegliare i morti col suo sollievo.
Si chinò ed accarezzò il volto libero dalle bende con il palmo della mano destra. La cicatrice fece attrito con la barba incolta ed il ricordo la colpì in pieno. Lui le afferrò il polso e le bloccò la mano nell'atto di accarezzarlo.

"Sapevo che ci saremmo ritrovati all'Inferno"
"Non è l'inferno Terge, solo un ospedale"
gli sorrise.
"Quanto ti sbagli Dani ... per me è l'Inferno, le fiamme bruciano così tanto che mi costringono a tenere gli occhi chiusi"
"Cos'è successo ai tuoi occhi?"
"Non lo so Dani ... so solo che non ci vedo"


Quella rivelazione recò con sé il silenzio. Istintivamente Danitheripper si strinse a Tergesteo. Per farlo si dovette distendere accanto a lui. Le forze l'abbandonarono a causa dello sforzo di quelle ultime ore e svenne abbracciando il fratello.
Dormì come non faceva da tempo, senza incubi né urla nella sua testa.




TERGESTEO

Quella notte il Folle non riposò.
Non volle.
Vegliò la Sorella come ella faceva nella albe livide di Milano.

Ne percepiva il respirare tranquillo.
L'unico rammarico non vederla dormire.

Ora come su quel campo di battaglia.

Per lui il sonno della sorella era rappresentato ormai da un volto completamente insanguinato.
Nessuna possibilità di rivederlo.


“Curioso “ mormorò il Folle prima la distanza, ora l'oscurità … la mia è una maledizione : la maledizione di non poterla rivedere..”

Avrebbe voluto toccarle i capelli – quella chioma bionda che lei usava alle volte come una scusa alle volte come un vessillo – ma non voleva correre il rischio di svegliarla.
Restò quindi immobile.


“Dormi, ora.
Magari stiamo dormendo entrambi e domani ci sveglieremo e sarà tutto diverso.
Non ci sarà quel giorno a Mirandola, quando hai rischiato la vita per starmi accanto.
Non ci saranno le voci di quelli che nascondono il livore e l'odio dietro la virtù e i principi.
Non ci sarà dolore, non ci sarà attesa.
Solo due solitudini.
Solitudine …
No Sorella ti sbagliavi … quanti compagni abbiamo trovato? Quante persone care ?
Tante, tantissime.
E se anche volerle difendere contro tutto o contro tutti ci farà chiamare traditori o vili poco importa.
No, sorella non sei sola … solo è colui che odia.

Tu non puoi odiare nessuno.
Non ne sei capace.

E' buffo.
Potremmo bruciare villaggi e sterminarne gli abitanti, i bambini nelle loro culle e i malati nei loro letti, senza una sola goccia d'odio o di risentimento.
Non l'odio ci guida, ma l'Ineluttabile.”


Tergesteo mormorava . Si interruppe dal momento che gli sembrava che Dani si fosse mossa. E stesse per destarsi.
Riposava ancora.


“Continua a dormire.
Ad aprire gli occhi c'è ancora tempo.
C'è ancora tempo ….”





DANITHERIPPER

Quel sonno, ristoratore e appagante, non era molto diverso dalla morte. L’ennesima separazione quando ci si era appena ritrovati.

Eppure Danitheripper teneva stretto il fratello di morte perché egli potesse essere lì al risveglio. Se quella situazione era irreale, se Tergesteo non era lì e neppure lei, allora avrebbe creato nella sue testa un mondo migliore in cui ci si abbandona al sonno consapevoli di non essere più soli, certi che al proprio risveglio una voce amica avrebbe dissipato la nebbia e consolato l’eterno dubbio in cui si è destinati a restare. Tante domande, mai delle risposte, tante risposte a domande mai poste.


Quando Danitheripper riaprì gli occhi era ancora tenebra. Un raggio sbirciava la sua serenità e colpiva la benda di Tergesteo in corrispondenza dell’occhio destro.

La cecità del fratello la fece crollare nuovamente sotto il peso della sua presenza.

Dormiva? Chissà … L’ultima volta che lo aveva visto dormire la follia era giunta a portarselo via e lei aveva avuto paura. Adesso non c’era paura solo sollievo, e dolore.

Avvicinò la bocca all’orecchio bendato e gli sussurrò, cercando d’insinuarsi nella sua incoscienza
“Dormi?”
“E come potrei dormire con te attaccata come un polpo?”


Non dormiva.

“Perdonami fratello, ti ho visto annegare e sono scesa a fondo con te. Spero che non verremo puniti per questa nostra debolezza”
“Quale debolezza?”
“Ci siamo voluti bene in un’altra vita e adesso che ci siamo ritrovati in quest’altra vita tu sei cieco ed io non ho la forza di sopportarlo”
“Mi vuoi mollare qui da solo al buio?”
“No, voglio che tu veda”
e così dicendo gli tolse delicatamente le bende.

Due occhi chiusi protestarono il proprio fastidio.


“A che serve togliere una benda? Non hai ancora il potere di guarire le ferite Dani, o Aristotele ti ha fatto questo dono quando gli hai reso il servigio di non restare morta a disturbare i profeti?”

“Tu non hai ferite agli occhi Terge”
gli rivelò dopo aver esaminato accuratamente la testa del folle.

“Tu non sei un medico”
“Io non sono cieca”
“Questo è un colpo basso”
“Apri gli occhi Tergesteo e permetti al mondo di entrare nella tua testa”


Lui apri gli occhi, una lacrima rigò la sua guancia.
“Vai via Dani”
“No”
“Non voglio che tu veda le mie lacrime mentre io non posso rivedere i tuoi occhi, la tua bocca, i tuoi capelli … Non tormentarmi con la tua presenza”
“Non vedo lacrime sul tuo volto, solo una barba incolta su cui, immagino, stiano proliferando colonie di pidocchi”


Il folle sorrise.

“Li manderò a fare compagnia a quelli che tu hai nei capelli”
“Impossibile, Dama Sconosciuta ha predisposto tutti i riguardi per me ed ha provveduto perché la prigionia non peggiorasse la già critica condizione della mia chioma. Ogni giorno delle gentili signore modenesi si occupano della mia igiene personale”
“Ecco cos’era quello strano profumo mentre mi abbracciavi. La prossima volta che vorrai svenire però potresti trovarti un moribondo più pulito da stringere”
“Cercherò Will allora, scommetto che se lui è sopravvissuto ha preteso tutti i riguardi del caso. Non per nulla è lo splendido Barone di Tirano …”


Una risata seppellì per un momento la tristezza, ma Danitheripper fissava Tergesteo e ridendo si chiedeva cosa mai potesse impedire ai suoi occhi di vedere. La follia apre la mente, non rende ciechi, qualcosa però lo aveva fatto, aveva reso cieco Tergesteo.

Il silenzio che seguì quell’esplosione di allegria recò con sé un dubbio.


“Ho ucciso molti uomini fratello, e li ho sentiti morire, e li ho visti morire, e non c'è niente di glorioso, niente di poetico … Per un guerriero, durante il combattimento, l’annientamento del nemico deve essere l'unica preoccupazione. Reprimi qualsiasi emozione o compassione. Uccidi chiunque ti ostacoli. Questo è il cuore dell'arte del combattimento. Ma adesso siamo qui, feriti ma vivi. Chi li perdonerà di non averci finito? Perché questi nemici non ci odiano?”

“Ci uccideranno Dani, una sentenza ci seppellirà e scriverà la parola fine sotto ai tuoi dubbi e sopra le nostre tombe”

“Eppure sai che parole usò con me Marcolando quando, dietro al suo malcelato disprezzo, volle esprimermi il suo personale giudizio? Mi disse: il prigioniero è protetto per mezzo della sua prigionia, ed il ferito è protetto per mezzo delle sue ferite.
Se anche quest’uomo dovesse firmare la mia condanna so che non sarà dipeso da una sua precisa volontà. Quando si è in guerra è la guerra che comanda e coloro che la combattono: gli uomini, non i re”





TERGESTEO

Tergesteo non sentiva più il tocco della benda sugli occhi.
Cionostate d'intorno era ancora oscurità.
Come il marinaio trascinato nel naufragio , sapeva benissimo dov'era la superficie.
Ma era impossibile arrivarci.
Alla superficie lo attendeva lei, e questo rendeva il tutto ancora più penoso.


"E' vero Dani, hai ucciso molti uomini senza distogliere lo sguardo.
Ma quello che i miei occhi hanno visto è diverso : ho visto te , là , nel sangue e forse c'ho visto anche me stesso.
Io ti ho visto e ti credevo morta.
Ed eri là per causa mia.

Non puoi chiedermi di guardare ancora ... non posso o non voglio.
Non fa differenza.
Ho combattuto questa guerra per uccidere la paura.
E ho perduto ..."


"Apri gli occhi ..."
"Ti prego ... lasciami stare"


Dani si paralizzò.
Da quando in qua il Folle era diventato un mendicante che supplicava?
Cos'era diventato?


Benchè debole, la donna fu scossa dalla rabbia.
"Tergesteo, apri gli occhi ..."
"Dani ... "


Una mano calata sul volto del Folle.
Uno schiaffo che valeva migliaia di carezze.


Il Folle ristette , la testa rivolta verso destra.
Uno smorfia gli percorse il viso.
Rimase in silenzio.

Percepiva gli occhi di lei puntati addosso, come una condanna.
Era una situazione surreale e splendida.


Il Folle sorrise.
"Non sei cambiata, sorella ... potresti convincermi che l'Inferno si sia congelato, con le tue maniere così gentili ..."
Ora la sentiva sorridere.

Tergesteo spalancò le palpebre.
Ancora nulla.
Solo qualche palpito di luce.
Gli stessi pallidi raggi che l'annegato intuisce.
Ora si trattava di raggiungere quei raggi.


"Resta qui, sorella ... avessi bisogno di altri ... incentivi"
"Ne sarò prodiga ..."
disse lei ridendo.
"Sai ... è da un pò che la mia follia non mi dispensa incubi nè alcuna visione ...."
"Stai guarendo dalla tua pazzia?".
Il tono di voce era preoccupato.
"No ... credo di avercela davanti " disse il Folle ridendo.
Rise anche lei.


Erano tornati quei due bambini che giocavano a dispensare morte e pazzia.

tergesteo

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Re: Le Giornate di Modena

Messaggio  tergesteo il Dom Giu 06, 2010 10:10 am

DANITHERIPPER

La felicità. Improvvisa, inattesa, senza inviti. Eccola giungere, dove non ti aspetti, quando non ti aspetti e con chi non ti aspetti. Promettersi morte e condividere vita. Un uomo cieco che non sa più usare la sua vista e una donna cieca, che non vede al di là del suo naso e per di più vede solo ciò che vuole vedere.

Due solitudini che si erano trovate e che si consolavano a vicenda del fatto di essere ancora vive. La follia che si fa persona e che decide che sia giunto il momento per regalare una tregua alle anime che tormenta.


La vostra gioia è il vostro dispiacere smascherato.
E lo stesso pozzo dal quale si leva il vostro riso,
è stato sovente colmato dalle vostre lacrime.

E come potrebbe essere altrimenti?

Quanto più il dolore incide in profondità nel vostro essere,
tanta più gioia potrete contenere.

La coppa che contiene il vostro vino non è forse la stessa coppa
che è stata scottata nel forno del vasaio?
E il liuto che calma il vostro spirito non è forse
il legno stesso scavato dai coltelli?

Quando siete felici guardate nelle profondità del vostro cuore
e scoprirete che ciò che ora vi sta dando gioia è soltanto
ciò che prima vi ha dato dispiacere.

Quando siete addolorati guardate nuovamente nel vostro cuore
e vedrete che in verità voi state piangendo per ciò
che prima era la vostra delizia.

Alcuni di voi dicono: “La gioia è superiore al dolore,”
e altri dicono: “No, il dolore è superiore.”
Ma io vi dico che essi sono inseparabili.

Giungono insieme e quando uno siede con voi alla vostra mensa,
ricordatevi che l’altro giace addormentato sul vostro letto.

In verità siete sospesi tra dolore e gioia come bilance.
Solo quando siete vuoti siete immobili ed equilibrati.
Quando il tesoriere vi solleva per pesare l’oro e l’argento,
la vostra gioia o il vostro dolore devono necessariamente alzarsi o cadere.

La voce era tornata, una voce maschile che le parlava e scavava impietosa. Fu in quel momento che Danitheripper tornò alla realtà. E la realtà era un pagliericcio sporco sul pavimento e Tergesteo, cieco, disteso sopra. La realtà era che loro erano vivi ma che Will probabilmente era morto perché quel giorno aveva scelto di seguirli, e che non esisteva una tomba per dirgli addio.

Aveva scambiato un sogno per felicità e la realtà tornava a farle pesare l’esito delle sue scelte. Will e Tergesteo, senza un futuro, senza più una vita.

Avrebbe dovuto cercare da sola la sua dannazione ed impedire loro di averci a che fare.

Tergesteo dormiva, o almeno così sembrava. Dopo due giorni trascorsi con lui aveva deciso che quell’uomo non meritava ulteriori noie. Andarsene, come quel giorno a Fornovo, senza voltarsi.

Ma il folle non aveva occhi eppure la sua anima sentiva i pensieri.


“La felicità esiste Dani, ne ho sentito parlare ... il suo segreto non è di far sempre ciò che si vuole, ma di voler sempre ciò che si fa”

“Potrei obiettarti che si è più felici in solitudine che in compagnia Terge. Questo perché in solitudine si pensa alle cose e che in compagnia si è costretti a pensare alle persone”.

“Nulla di ciò che ti dirò potrà fermarti?”

“No”

“Devo forse ricordarti che siamo prigionieri?”

“Devo trovare Will”

“Io sono cieco ma uno di noi due temo sia sordo ... ti darò un indizio: non sono io ...”


Danitheripper a quel punto se ne uscì con un gesto impulsivo ed inatteso che lasciò Tergesteo spiazzato e senza parole. Mentre lui, avvolto nelle tenebre, già assaporava l’amarezza dell’ennesimo addio, lei gli si avvicinò e gli diede un bacio sulla guancia. Nulla di violento o patetico, poggiò le labbra umide, le congiunse alla sua guancia ispida e le tirò via ... umide ... Se solo avesse potuto vedere si sarebbe accorto che il mostro di Piacenza aveva pianto.

Un’altra ferita squarciò la pelle del folle. Non avrebbe lasciato cicatrici ma quando Danitheripper chiamò la guardia per farsi portare via un'altra lacrima, non vista, bagnò la nuova ferita senza poterle dare sollievo. Quel bacio assomigliava dannatamente ad un addio e non c'era una promessa tra loro che potesse cancellare un giorno le distanze.





TERGESTEO

Il Folle allungò una mano.
Artigliò il braccio della donna.

"No ... non andare ..."
Nessuna supplica. Nessuna preghiera.
Davanti alla morte non si fanno richieste.


Lei si divincolò dalla stretta.

Come l'annegato lascia l'ultimo appiglio per andare verso il fondo, così Tergesteo lasciò andare la presa.
Vedeva la superficie allontanarsi, scivolare verso il nulla.
I polmoni che sembrano esplodere, gli occhi che bruciano.
Gli occhi.
I suoi occhi.
Uno sforzo devastante percorse quegli occhi stanchi.
Il coraggio è guardare.
Guardare.
Guardare.

Lentamente si riformano le immagini.
Lentamente cioè che gli è d'intorno riacquista una fisionomia.
I suoi occhi sono come tizzoni ardenti.

Guardava rapito il volto di lei.
Non era più sangue ma lacrime.

Nessuna promessa ora.
Nessuna prospettiva.
Nessuna speranza.

Solo il nulla.

Avrebbe voluto gridare.
Avrebbe voluto abbracciarla.
Avrebbe voluto stringerla.

Ma soltanto si lasciò scivolare verso il nulla, ad osservare la superficie che si allontana.

Tergesteo non si oppose a quell'addio.
Con quella donna se ne andavano gli ultimi frammenti di umanità.
Cadevano come brandelli di pelle bruciata.
Era l'ultimo, grande dolore.

Aveva riacquistato la luce nei proprio occhi, barattandola con un buio eterno nell'anima.

Non si mosse per inseguire la donna.
Inutile scappare.
Inutile anche solo pensare di evitare l'ineluttabile.

Soltanto sprofondare in un immenso nulla.
Non più un folle.
Non più essere umano.
Soltanto.
Il nulla.

Avrebbe voluto che non ci fosse alcun domani.
Quel coltello, quella lama che gli necessitava come aria,era ancora maledettamente lontana.





UNA RONDINE IN VOLO

“Dama Danitheripper, lasciatevi dire che la vostra fama è meritata: voi siete un mostro!”

Danitheripper sorrise.


“Ho l’ordine di non importunarvi, ma dopo quello che avete fatto a quell’uomo non posso più tacere!
Vi abbiamo portata da lui perché lo avevamo preso a cuore, perché la sua follia e la sua cecità erano uno strazio per noi.
Noi sappiamo benissimo che Tergesteo è una brava persona, la sua spada non si è macchiata del sangue modenese, se avesse potuto scegliere egli avrebbe scelto di combattere con noi, non contro di noi”


“Non è uno di voi, non lo conoscete neppure. Vi fate impietosire da un cieco! Se vi stesse davvero a cuore lo uccidereste, perché solo così potreste porre fine alla sua infelicità”

“Non potete dire davvero! Egli è un uomo prima che un nemico, per tutti noi.
Noi non siamo soldati, siamo volontari, costretti dalla guerra a lavorare in un carcere che era un convento un tempo. Ma voi? Che razza di donna siete? Non avete cuore altrimenti non lo abbandonereste”


“Vediamo le cose da prospettive diverse.
Gli sto rendendo un grande servigio andandomene. Prima di augurare la felicità alla gente dovreste prevederne le conseguenze.
Credete davvero che restando avrei fatto la sua felicità? Volete sapere cosa sarebbe successo?
Non avrebbe mai riacquistato la vista, si sarebbe accontentato di me e dei miei occhi, avrebbe smesso di essere un uomo saggio e sarebbe diventato solo un uomo, come tanti, fino al giorno in cui, rendendosene conto, mi avrebbe odiata.
Sapete benissimo che egli non ha ferite che ne giustificano la cecità e che è la sua testa che non gli permette di vedere”


“Egli probabilmente già vi odia …”


“L’odio che prova adesso è solo il livido di un colpo appena preso. Domani non sentirà più nulla L’odio di cui vi parlo ha radici ben più profonde. Si insinua senza avvisare e si palesa quando non trova alternative e non può più tacere la sua presenza”

“Io sono un uomo semplice mia signora. Amavo una donna, l’ho sposata ed abbiamo avuto tre figli meravigliosi, non mi sono mai posto il problema che un giorno lei potesse odiarmi”

“E’ questo il punto: l’amore.
Non c’è amore tra me e Tergesteo. C’era solo un patto di morte tra noi ed entrambi lo abbiamo onorato.
Esso ci legherà per sempre, anche se lo abbiamo archiviato, ma non parlatemi di amore. Quella è la cosa che più gli somigliava, non sarei in grado di concedere di più”


Il carceriere allora trasse una pergamena da una tasca e gliela porse.

“Leggete! Voleva che fosse bruciata ...”

Danitheripper lesse.

Vorrei che Tu tornassi.
Perchè di nuovo voglio ascoltarTi.
Di quei sogni che hai immolato
sull’altare di un’idea più grande.
Di quegli amori che, rinunciando,
hai chiuso in uno scrigno.

Di quei piaceri che hai, volutamente,
dimenticato.
Di tutto ciò che hai donato
che per Te era tutto.

Di come hai riscattato
la fierezza e l’orgoglio
d’una terra ingrata
con un solo Tuo sguardo,
l’ultimo sguardo della Tua vita.

Di quando il fumo del fuoco
Ti sembrò incenso di Paradiso,
e la pioggia cadente
pianto di stelle.

Parlami dei Tuoi progetti
dei Tuoi sogni, dei Tuoi amori,
oggi che torni nella mia anima.
Oggi che Ti omaggio
e Ti ringrazio.

Oggi che il mediocre
vince sbeffeggiando
Tu perdona,
dall’alto del Tuo trono
Tu che in testa
porti l’alloro.
Parlami ancora delle Tue gesta.
Morte non hai vinto.

Non riconosceva quel tratto incerto, ma le parole danzavano davanti ai suoi occhi chiare come le acque del lago di Piacenza.
Quel foglio, destinato alle fiamme, fu spazzato via dalla tempesta e cancellato dalle gocce che l’animo le dava copiose.


“Le ha dettate all'ufficiale medico … ”

Fece una pausa.

“Siete ancora convinta di ciò che dicevate? Tornate da lui.
Ha bisogno di voi!”

Quell’uomo semplice indicava la via.

Danitheripper fece un gran respiro e riassunse padronanza di se stessa.

“Voi siete un nemico spietato. Avete abbattuto le mie difese”

Il carceriere non se lo fece ripetere due volte. Riaprì la porta della stanza e vi ricondusse dentro una Danitheripper provata.

Tergesteo giaceva disteso, la testa abbandonata sul braccio sinistro allungato, il destro piegato a proteggersi il fianco da un nemico invisibile.


“Tergesteo” lo chiamò lei con voce incerta.
Lui si voltò incredulo.

La guardia assisteva in un angolo, finalmente discreta ed appagata, come le ferite che tenevano inchiodati ai propri giacigli gli altri feriti.

Lei avvicinò la testa a quella di lui.
Tergesteo non si mosse.
Attese che le ciocche bionde gli sfiorassero il volto.
Fu allora che il Folle le mise la mano sul volto, quella mano screziata da una cicatrice che sapeva essere carezzevole e leggera ma anche capace di lordarsi di sangue.
Sgranò gli occhi, Tergesteo : il dolore gli indicava che non era un sogno e che lei era lì davanti.
Ma lei non se ne accorse.
Stavolta gli occhi chiusi erano quelli della donna, come a volere dire “mi spiace di causarti altro dolore”.
Un attimo.
Le labbra che si congiungono.
Un unico bacio.
Il sangue che si incendia nelle vene.
Lo stesso che li ricopri a Mirandola.
Lo stesso che sgorgò dalle mani a Fornovo.
Il Folle richiuse gli occhi.
Nell'oscurità di entrambi solo quelle labbra che si cercavano e si rincorrevano erano permesse.
In quei momenti il mondo circostante venne escluso.


Fu allora che entrò il destino, beffardo e spietato.

“Lady Ragnarson Epelfing”
anche la voce del destino trema di fronte a due persone che si baciano.
“Siete stata giudicata colpevole di ribellione e del suo incitamento, di disturbo dell’ordine pubblico e di appartenenza ad Esercito nemico, viste le richieste formulate dal Pubblico Ministero, il Ducato di Modena condanna l’imputato alla pena di morte. Seguiteci”.

Il carceriere si sentì mancare il terreno sotto ai piedi e dovette sorreggersi al muro per non cadere. Danitheripper rimase impassibile e seguì i latori della sentenza.

Voltandosi verso Tergesteo cercò una luce nei suoi occhi e le sembrò di coglierla.

Gli disse
“Addio” ma senza un suono, pregando che egli potesse leggere sulle sue labbra.




TERGESTEO

Due guardie dell'esercito modenese entrarono a prelevare la prigioniera.

La donna ebbe ancora tempo di voltarsi verso Tergesteo per donargli un ultimo sorriso che addolciva lo strazio di un volto sfregiato dalla costernazione, lo stesso volto che pochi istanti prima si era ricongiunto a quello di lui.
Sembrava avesse intuito che il Folle potesse vedere nuovamente.

Tergesteo comprese immediatamente.
Stavolta era la fine.
Restò paralizzato come se un dardo di ghiaccio lo avesse trafitto spaccandogli il petto.
Il cervello sembrava spappolarsi sotto la morsa della visione che lo stava uccidendo.
Due bimbi che giocano.
Una donna dall'abito nero.
La bambina che si allontana.
Nessuna promessa, nessuna speranza.

Il ghiaccio di quel dardo gli si sparse nel petto.
Non sentiva più pulsare il cuore.
Non provava più emozioni che si definissero umane.

Negli occhi di quella donna l'esecuzione di una condanna.
Una solitaria dannazione.
O forse l'accostarsi al calice della divinità.

Il Folle crollò a terra , carponi.
Violenti accessi di tosse lo scossero da capo a piedi.
Sembrava posseduto da una forza oscura venuta ad ucciderlo o a consacrarlo.
Non aveva in verità alcuna importanza.
Lei sarebbe stata giustiziata.
Lui morto lo era già.

Le guardie si affrettarono a far uscire la condannata.

Tergesteo rimase sul pavimento.
I ricordi lo accarezzavano come rasoiate sul volto.

Il bagliore del fuoco a Milano.
La pioggia gelida di Fornovo.
La brezza tagliente di Modena.
Infine la terra intrisa di sangue a Mirandola.
E in ogni singolo ricordo lei.
Ma atrocemente bella come oggi non era stata mai.

Mentre mormorava alla morte che si prendesse cura di lei,
sperava che la follia lo annientasse sì da essere meno solo.
Ormai gli restava soltanto una cicatrice sulla mano,
insopportabile come una condanna.





TERGESTEO

Potevano essere passate alcune ore o diversi mesi.
Il tempo è una questione privata.
Impossibile stabilire quanto tempo fosse passato da quando due guardie modenesi la portarono lontano.
Oggi, ieri o un secolo fa era impossibile determinarlo.
Solo il domani era certo.
Certo che sarebbe stato maledettamente duro.


Tergesteo stava immobile sul pagliericcio, svuotato.
Sospeso.
Inerte.


Giunse una guardia a verificare se fosse in vita.
Cortesia o crudeltà difficile stabilirlo.
Il giovane piantone si affacciò all'uscio della stanza, scorse il milanese sul pagliericcio ed entrò.
Osservò il corpo immobile e pensò bene di passargli velocemente le mani aperte davanti agli occhi, nel tentativo di carpirne qualche mossa.


A cosa pensano le vipere quando mordono?
Pensano a colpire.
Non pensano all'esito dell'assalto.


Il Folle aprì gli occhi e li cacciò in quelli del piantone.
La giovane guardia restò interdetta, stupita.
Come il topo con il serpente.
Non si avvide del calcio che lo fece ruzzolare a terra.
In pochi istanti si trovò un coltello sotto il mento.
Il proprio coltello.
E il respiro calmo e tranquillo di uno squilibrato che lo impugna.

“Se fai il bravo sei vivo …. non sei tu che mi interessi! Resta immobile!”
Il piantone non rispose.
Ma fu sollevato nel sapere che il coltello si allontanava dal suo collo.
Fissava il milanese che s'era allontanato di qualche passo e s'era seduto sul pagliericcio, con le gambe incrociate.
Questi con fare lento si tolse la camicia sudicia e impugnò saldamente il coltello.


Tergesteo fissava la lama agognata nelle sue mani.
Un istante disagevole per scrivere la parola fine.
A occhi aperti , naturalmente.
Il folle appoggiò la punta della lama al ventre.


Raramente in questo modo la fine giunge subito.
La lama pigramente cominciava a farsi strada nella pelle, fino a farne uscire un rivoletto minuscolo.
Un colpo secco verso il ventre, un movimento circolare e attendere.
Niente altro da fare.
Ad attendere era diventato un maestro.
Un colpo secco verso il ventre.
E attendere il volto sorridente della morte.
Chissà se assomigliava a Lei?
Ne era certo, in cuor suo.


Fu allora che Tergesteo realizzò.
Anche la disperazione impone dei doveri.
L'infelicità può essere preziosa.


Il folle alzò lo sguardo a fissare il piantone inebetito.
Aggrottò lo ciglia, allontanò la lama del coltello.


“No... non voglio togliere questa soddisfazione al giudice...sempre se ne ha il coraggio!”
Con un gesto della mano face fare un mezzo giro e agguantò l'arma per la lama.
S'alzò e porse il coltello al legittimo proprietario.


Questi , atterrito allungò la mano per prenderlo e riporlo nel fodero.
La manovra ferì leggermente la mano del Folle.

Tergesteo guardò il palmo della mano che gocciolava sangue.
Sorrise.

“Oh Sorellina , mi fai promettere anche se non ci sei … “ mormorò.
Si passò la mano sul viso, imbrattandolo di sangue.
Il volto vermiglio.

“Questa promessa però è ancora più difficile da mantenere ….”
Il coraggio è guardare.

Si avvicinò al piantone.

“Dì al giudice che sto ancora aspettando … e che sono curioso della sua decisione.
Molto curioso : che faccia attenzione a non deludermi”

“E ora puoi andare ….hai verificato che sono qui e che sono vivo!”

disse il Folle facendogli l'occhiolino.

Il piantone si alzò mentre Tergesteo intonava un canto militare, imparato chissà quando in Stiria
“Ob's stürmt oder schneit,
Ob die Sonne uns lacht,
Der Tag glühend heiß
Oder eiskalt die Nacht....”


La guardià uscì, tra l'incredulo e lo spaventato, mentre nella camerata rieccheggiava un canto straniero.

“Bestaubt sind die Gesichter,
Doch froh ist unser Sinn,
Ist unser Sinn;
Es funkelt unsere Schwert
Im Sturmwind dahin!”


Tergesteo cantava macchinalmente.
Ripensava al gesto paventato poco prima , ma mai concluso.
Si dice che morendo si riveda qualche brandello della vita che fugge.
Avesse visto ancora il volto della Sorella di morte, un'unica ultima volta, quel gesto sarebbe stato il più necessario della sua vita.




Ob's stürmt oder schneit,
Ob die Sonne uns lacht,
Der Tag glühend heiß
Oder eiskalt die Nacht
Bestaubt sind die Gesichter,
Doch froh ist unser Sinn,
Ist unser Sinn;
Es funkelt unsere Schwert
Im Sturmwind dahin!

Nella tempesta o nella tormenta,
O sotto il sole caldo e luminoso,
Il giorno caldo come l'inferno
O fredda gelata la notte.
Cosparse di polvere sono le nostre facce,
Ma sereno è il nostro animo,
Sì, il nostro animo;
La nostra spada scintillerà
nella Tempesta.




TERGESTEO

La notte era lunga .
Ancora molto lunga.

La notte era stata benigna fino ad ora.
L'orrore sembrava aver smesso di visitare il Folle.

Ma quando ormai Tergesteo sembrava aver ricomposto i cocci di un sogno frantumato, la Notte si decise a reclamare quanto di buono concesso.

Come a Milano, fu il latrare lontano di un cane ad annunciare la visita.
Furtiva come in ladro, la Follia si ripresento a reclamare quanto di suo.

Tergesteo conosceva bene la sensazione di smarrimento e inquietudine.

"E' ora ..." mormorò , prima che la Follia tornasse a ghermirlo.

Vide due cavalieri in marcia, nascosti da cappe scure, arrancare in una distesa desolata. Le cavalcature incerte guadagnavano quota su di un passo montano che sembrava un cratere lunare.
Una voce, quella voce gli si conficcò nel cranio come una scure.
Impossibile ribellarsi.


"Dopo la luce rossa delle torce su volti sudati,
dopo il silenzio gelido nei giardini,
dopo l'angoscia in luoghi petrosi,
le grida e i pianti,
la prigione e il palazzo
e il suono riecheggiato del tuono a primavera su monti lontani,
ciò che era vivo ora è morto.
Noi che eravamo vivi ora stiamo morendo
con un po' di pazienza.


Qui non c'è acqua che mondi ma soltanto roccia.
Roccia e non acqua e la strada di sabbia.
La strada che serpeggia lassù fra le montagne
che sono montagne di roccia senz'acqua.
Se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere
fra la roccia non si può né fermarsi né pensare.
Nè fermarsi nè pensare.
Non acqua in cui annegare.


Chi è che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme
ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca
c'è sempre un altro che ti cammina accanto,
che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato.
Io non so se sia un uomo o una donna.
Ma chi è che ti sta sull'altro fianco?


Cos'è quel suono alto nell'aria?
Quel mormorio di lamento?
Chi sono quelle orde incappucciate che sciamano?
Su pianure infinite, inciampando nella terra screpolata
accerchiata soltanto dal piatto orizzonte.
Qual è quella città sulle montagne?
Che si spacca e si riforma e scoppia nell'aria violetta?

Attendevamo la pioggia, mentre le nuvole nere
si raccoglievano molto lontano.
Anelavi all'acqua che monda, lacrima di dolore celeste.
Allora il tuono parlò."


Tergesteo fu scosso da un fremito , come se tutti i muscoli avessero deciso di contrarsi all'unisono.
Cionondimeno la voce continuò.
Ma il timbro era diverso, femminile.


“Che abbiamo dato noi? Amico mio sangue che scuote il mio cuore, l'ardimento terribile di un attimo di resa che un'era di prudenza non potrà mai ritrattare.
Secondo questi dettami e per questo soltanto noi siamo esistiti, per questo che non si troverà nei nostri necrologi o sulle scritte in memoria drappeggiate dal ragno benefico o nelle nostre stanze vuote.
Ho udito la chiave girare nella porta una volta e girare una volta soltanto.
Noi pensiamo alla chiave, ognuno nella sua prigione, pensando alla chiave, ognuno conferma una prigione.
Solo al momento in cui la notte cade, rumori eterei ravvivano un attimo un guerriero affranto"


L'eterno ritorno all'uguale.
Parole note, voce familiare.
Un tormento.

Anelava la fine della notte.

L'alba lo sorprese riverso sul pavimento della stanza che fungeva da prigione e lazzaretto.
Gli occhi a fissare un orizzonte lontano.

L'Orrore era tornato.
Nessun posto dove nascondersi.
Nessuna mano alla quale implorare aiuto.

Ma il coraggio è guardare.
Ed attendere.

Provare a credere per un giorno che il sole porti buone notizie.
Inchiodare i ricordi al proprio muro, sì da poter ricordare.

Verrà il giorno in cui sarà ora di andare.
Andare.





UNA RONDINE IN VOLO

La morte bussava alla porta di lei ed era sua la voce che la cullava nel sonno con versi suadenti che la illudevano e che la facevano piombare nello sconforto ogniqualvolta le ricordavano ciò che avrebbe potuto essere ma che non sarebbe stato mai …

Con gli occhi chiusi sul viavai di facce
che fanno popolo nella mia stanza
mi sento solo che è una bellezza
quasi una vetta della mia via.
Da tronco cavo da nido senza sonno
viene non viene chiede di me.
Da pianto perso che piange altrove
viene non viene lui chiede di me.
Genio peloso, demone del tardi
che mi assecondi e dopo un po’ mi perdi
portami adesso al Castello corsaro
dove qualcuno ha un regalo perché,
sento la voce di una donna,
lei scende le scale consola me.
Le faccio posto sul mio tappeto
che è più leggero, da quando tu
ti sei nascosta in fondo a un segreto
ed hai deciso che non voli più.
Genio peloso, demone del tardi
che mi somigli finché non mi guardi
portami adesso l’odore del ferro
del rosmarino e del caucciù
tutto il tuo cielo a che cosa mi serve
se poi non riesco a tornare giù.
E ancora scalcio per il mio gusto …
In fondo il posto mi sembra adatto alla mia guerra,
alla mia fame
sono venuto per disturbare …


Tergesteo, fratello, amico, mio … ,

non sapevo se fosse opportuno scriverti o meno, ma alla fine il buon senso difficilmente prevale in me.

Ed eccoci qui, noi due, io condannata a morire, ancora, tu condannato a vivere …

Eppure non ho paura, né per me né per te, so che te la caverai … come sempre, e mi consola la tua follia che forse ti concederà una spiaggia in cui poter essere di nuovo felice, come lo fosti quel giorno in cui fummo certi di aver mantenuto il nostro patto. Espellerai il dolore … ti verrà naturale come respirare.

Il tempo ha semplicemente smesso di passare tra queste quattro mura, ma sarei bugiarda a dirti che mi manca il sole. Mi ero costruita una prigione tutta mia e quella che ho dentro di me è meno confortevole di questa che mi circonda. Ci hanno lasciato credere che potessimo scegliere, che la solitudine potesse essere superata da un bacio … non ti vedrò più … non sentirò più il tuo sapore, il gusto della follia … che abbiamo fatto? Un gesto totalizzante … come se ci fossimo scambiati una nuova promessa, come se ci fossimo procurati un taglio, diverso, che non saprei dove cercare … così adesso sapremo che non è vero, che anche la peggiore delle fini ha un seguito. Avrei dovuto perderti ed invece ti ho cercato …

Adesso rifletto e mi sembra di aver compreso il motivo per cui non riesco ad aver paura, ed è il dubbio quel motivo. La perplessità mi fa scudo. Vado incontro a quello che non capisco col beneficio del dubbio. Un enorme punto interrogativo … Se io sapessi cosa c’è dopo la morte probabilmente mi lascerei prendere dallo sconforto, oppure offrirei lacrime alla consolazione, ma io non lo so Terge e mai come adesso la curiosità mi pone di fronte a questo evento come, in passato mi ha posta di fronte ad una birra il cui gusto mi era ancora ignoto. Devo bere per saziare la mia sete.

La notte quando giunge lo fa in silenzio, e così vorrei obliarmi io, senza clamori, ma il buon senso, stavolta sì, mi fa intendere che non si può pretendere ciò di cui si è stati avari: il rispetto. Marcolando è un nemico che noi stessi ci siamo scelti, è normale che egli non tuteli noi ma i suoi scagnozzi, seppure non sarà sua la mano che mi colpirà egli non farà nulla per fermarla. Ho rinunziato a capirlo. Le sue scuse per la mia condanna mi giunsero inattese, ma la sentenza è stabilita ed il giudice è rimasto al suo posto. Le sue parole adesso risuonano inutili e superflue nella mia testa.

Ho incontrato la mia dannazione a Fornovo, Tergesteo, e ringrazio ogni maledetto minuto passato in quella meravigliosa città. Era inverno, ero un soldato, era Fornovo, era la Gemina, erano Braken, Ippolita, Imprimatur, Amsterdam, Plue, Ottaviana, Katerina, Walden, Sarnek, Luigi … eri tu. Era quel senso di giustizia che muoveva le nostre spade, spazzato via da un Duca che decidemmo di deporre. Siamo stati giudici e adesso? La storia ci ha già reso le nostre ragioni, noi adesso le rendiamo i nostri torti. Ed il tempo intanto crea eroi … e di certo non saremo noi … ma non è mai stato quello che avremmo voluto, né santi né eroi, solo dei folli visionari legati ad un patto che a raccontarlo non ci si potrebbe mai credere.

Una ferita auto inflitta … questo siamo noi, padroni delle nostre vite e delle nostre morti.

Mi rendo conto solamente adesso di aver concesso il mio affetto a più persone di quante non avessi mai potuto immaginare e sarà questo il rimorso che mi porterò dietro: il pensiero di aver trascinato nella mia dannazione coloro cui ho preso molto senza mai dare nulla in cambio. Persone … amici … Will … Will è vivo … e mi detesta Terge, per quello che ho fatto e per quello che ho detto. Ti chiederai come lo so … è venuto a trovarmi. Ma la sua vita non mi è di conforto nella misura in cui mi è di tormento.

Chiedevo continuamente di lui alle guardie, sperando che qualcuno sapesse dirmi che fine avesse fatto, ma un muro di silenzio, alto ed insormontabile, mi circondava. Finché un giorno lui è entrato dalla porta della mia cella solitaria, come se nulla fosse. La porta si è aperta ed eccolo lì, biondo e arrabbiato.

Avrei voluto abbracciarlo, felice perché lui era vivo e stava bene, ma lui mi si è fatto incontro e mi ha schiaffeggiata con forza. Anche lui ha affrontato l’ineluttabile, lui che non voleva che io lo salvassi, tu che non volevi che io ti salvassi, ho sbagliato nei vostri confronti, vi ho fatto un torto enorme attirando su di me le attenzioni. Avreste meritato ben altro, una forca con una corda d’oro, un’impiccagione collettiva magari … morire insieme, di nuovo, ora e per sempre. Eppure credo che anche lui col tempo espellerà me, il mio ricordo, ed il dolore che gli ho procurato.

L’ho visto tentennare, la sua sicurezza ha lasciato il posto alla persona che era, prima che io gli mostrassi il suo lato oscuro. E’ stato allora che gli ho poggiato una mano sulla nuca ed ho attirato la sua testa contro la mia spalla. Ha opposto una blanda resistenza, poi si è lasciato andare, si è semplicemente svuotato. Con una mano gli tenevo la testa nell’incavo della spalla, con l’altra gli accarezzavo i capelli. Siamo rimasti così a lungo … poi basta … è andato … non lo rivedrò mai più.

Non so se avrò modo di scriverti di nuovo, non saprei come salutarti, non sono mai stata brava a dire addio …

Ed io non sarò oscura, ma bella e terribile come la Mattina e la Notte! Splendida come il Mare ed il Sole e la Neve sulla Montagna! Temuta come i Fulmini e la Tempesta! Più forte delle fondamenta della terra. Tutti mi ameranno, disperandosi!




TERGESTEO

Il Folle non era cieco ma tuttavia teneva gli occhi chiusi.
Se è vero che il coraggio è guardare , ora preferiva restare nella più completa oscurità.

Una brezza gentile gli scivolava lungo il viso.
Inaspettata dapprima.
Poi insistente.
Lo costrinse ad aprire ancora gli occhi.

Le palpebre socchiuse gli rimandarono immagini anelate ma tuttavia assolutamente impreviste.
Dinanzi a lui, seduta sul bordo del pagliericcio sudicio, stava seduta la Sorella di Morte, poggiata su un braccio a scrutarlo come non l'avesse visto mai.

Tergesteo sembrava quasi contrariato da quella apparizione.
Ella non era più.
Aveva lottato furibondo con i propri ricordi per rimettere un poco d'ordine nel suo spirito devastato e ora una immagine surreale che avrebbe potuto parimenti provenire dagli Inferi come dal più cristallino dei paradisi gli si stagliava davanti.

Non era abituato a vivere la follia come ricordo ma come orrore.
La novità non gli piacque.
L'orrore è tempesta che scuote acque tranquille, il ricordo una piccola goccia che scava anche il marmo più duro e lo consuma.

Prima che potesse emettere solo un suono, quella visione gli poggiò due dita sulle labbra.
Non era più tempo di parole.
Lei lo scrutava con sguardo severo.
Sembrava chiedergli :”
che cosa è successo al guerriero? È ridiventato un uomo pavido?”

Tergesteo intui' il senso di quello sguardo.
Che inverò lo ferì non poco.
Chiuse gli occhi , reazione scontata e necessaria.

Fu la mano di lei che gli si posò sul viso a ricostringerlo a guardare.
Era l'ultimo atto.
Stavoltà la labbra si poggiarono delicatamente.
Il bacio della morte.
Leggero, etereo, rapidissimo.

Tergesteo alzò la mano con la cicatrice : attendeva che la sorella la ricongiungesse alla sua.
Questo gli era dovuto.
Questo gli era maledettamente dovuto.

Assaporò il contatto della mano di lei.
Ma non ne percepì altro se non la pelle liscia.
Nessuna cicatrice.

Tergesteo respirò a fondo come fosse stato colpito.
Nessuna cicatrice.
Nessuna promessa.
Nessuna speranza.
La fine.

Era tempo di lasciare che Dani andasse.
Più nulla da dire più nulla da tentare.
Scrivere unicamente la parola fine e sostenere l'urto dei ricordi e del rimorso.

Era tempo.
Il Folle richiuse gli occhi.

Qunado gli riaprì era mattina, luce intorno.
Accanto al letto un inserviente.

“Stanotte deliravi, milanese … tendevi la mano verso il nulla e ti agitavi nel sonno...”
“Capisco..ma ora mi sento … meglio.. si meglio.”


Tergesteo ricompose a fatica un pensiero logico.
Certo un sogno.
Ma se di sogno si era trattato , aveva sortito lo stesso effetto di un coltello rovente nella carni.
Si chiese se non avesse sognato sin da quel bivacco a Milano.
Se nulla fosse accaduto.
Se le parole dette e le parole scambiate non fossero uno splendido sogno o un incubo atroce.

Proveniva dalla piazza una nenia cantata da voce femminile.
Ipnotica.


“Gli angeli vennero a cercarla
La trovarono al mio fianco,
lì dove le sue ali l'avevano guidata.
Gli angeli vennero per portarla via.”

“Aveva lasciato la loro casa,
il loro giorno più chiaro
ed era venuta ad abitare presso di me.
Mi strinse a sé perché
ebbe pietà della follia.”

“Gli angeli vennero dall'alto
e la portarono via da me.
Se la portarono via per sempre
tra le ali luminose.
É vero che era la loro sorella
e così vicina alla notte come loro.”

“Ma mi strinse a sè perché
il mio cuore non aveva una sorella.
Se la portarono via,
ed è tutto quel che accadde.”


Era una nenia dolce a sentirsi ma a Tergesteo fece l'effetto dell'assenzio.
Si mise la testa tra le mani e pianse.
Aveva cento anni di dolore da sublimare e capì fino dalla prima goccia che le lacrime non sarebbero bastate a giustificare quello che era stato.
E a richiamare quello che non sarebbe stato mai più.

Avrebbe dato la vita per poter sentire la pioggia graffiargli la pelle ...




RAMMENTATE

“ E' ora … alzatevi, Milady”
Un ordine secco ringhiato nel buio di una cella ed ecco che gli ultimi giri di clessidra cominciano.

E’ un alba luminosa.
Il sole del primo mattino illumina a metà il cortile dell'antico convento che è stato adibito ad ospedale e a galera.
Nella fantasia di lei questo luogo trascende la prigione, nessuno le toglierà i barlumi di felicità e di abbandono che ha speso tra queste mura, ma ora … ora è tempo di andare.
Quanto tempo era passato da quando Danitheripper Epelfing era stata portata in cella di isolamento?
Difficile dirlo.

Si alza, sistema la divisa da soldato dell’Esercito Milanese, gentile concessione di Marcolando che ha esaudito la sua unica richiesta, quella di morire com’è vissuta, da soldato, anche se soldato non è più, anche se ha infranto il giuramento.
Ma così sente addosso l’abbraccio dei suoi amici e della sua famiglia … è sempre stata solo quello un guerriero e da guerriero vuole salutare la vita.


S'incammina innanzi al drappello che la condurrà al patibolo.
Sempre innanzi.
Mai al fianco di sgherri d'un potere che adora farsi passare per candido, mai di seguito a chi è solito obbedire.
Ma sempre innanzi.


Il piccolo drappello avanza nei corridoi deserti.
Rammenti, Duchessa, quando in un'alba di vittoria i tuoi uomini irruppero nel castello nemico e correndo con spada in pugno nelle stanze e nei corridoi fecero tremare un ducato intero?
Rammenti?
Ora invece corridoi deserti dove risuonano solo passi.
Hanno avuto cura di non farti incrociare nessuno, né vincitori né vinti.
Perché la vergogna uccide lentamente.


Entrano nel cortile.
Il sole è ancora timido ma gentile ti illumina il viso.
Un tamburo s'aggrega al drappello che si dirige al patibolo.
Colpi funerei vengono vibrati a scandire i passi di chi si incammina verso la fine.
Rintocchi funerei.
Rammenti, Duchessa, quando sul tamburo si picchiava con forza e veemenza per ordinare le schiere, quando poi le bandiere e gli stendardi si abbandonavano alla carica, quando assieme ai tuoi compagni combattevi nell'esercito.?
Rammenti, Duchessa?


La piccola comitiva avanza nel cortile.
Il tamburo risuona ad avvertire ad ogni colpo: “E'ora! E' qui! E' ora!”
Sguardi timidi si affacciano alle finestre che danno sul cortile.
Rammenti, Duchessa, d'un esercito dalle mostrine di oro e sangue, di Ananke, dell'ineluttabile?
Rammenti di quella strana compagine che tanto ti diede e tanto ti tolse?
Rammenti?


Il drappello si ferma ai piedi del patibolo.
Un ufficiale dei gendarmi, un prete ed un boia ti attendono.
Dama Eplefing sale sul palchetto improvvisato, dove penzola una corda illuminata dal sole che nasce.
Un prete, un boia e un gendarme.
Forse la ragion di stato è tutta qua.
Sorridi al prete, paga il gendarme e autorizza il boia:eccola la ragion di stato.

“Danitheripper Epelfing, in nome del Ducato di Modena ed in rappresentanza della Duchessa e del legittimo consiglio siete stata riconosciuta colpevole del reato di ribellione e punita con la pena di morte per impiccagione come si addice ai traditori. Possa Aristotele avere pietà della vostra anima”
Il gendarme annuncia la sentenza mentre il boia sistema la corda al collo della dama.

Rammenti, Duchessa? Rammenti quando ti chiamarono traditrice perché assieme ai tuoi compagni e amici e fratelli decidesti di ridare dignità ad una terra ingrata, la stessa che in parte gioì nel saperti condannata?Rammenti?

Si avvicina il prete.
Vorrebbe iniziare le orazioni funebri ma Dama Epelfing ha altri programmi ed infrange il silenzio che si è imposta.

“Amico, risparmiatemi i vostri sermoni … sono stata prossima alla morte ed ho visto tutto fuorché quello che tu chiami Aristotele … non sono battezzata, per mia esplicita volontà, non sprecate parole per me, pregate per i vostri profeti piuttosto, perché non m’incontrino! Non ho un’anima e se l’avessi non apparterrebbe di certo a Voi!”.
Il prete trattiene a malapena un improperio poco elegante nella bocca di un uomo di chiesa e allontanandosi sussurra al boia di farla finita e subito.
Strano come la pietà possa lasciar posto ad una subita ira.

Col cappio al collo, Danitheripper volge lo sguardo intorno.
Da qualche parte, da qualche finestra, sia William che Tergesteo osservano la scena.
Con lo stesso stato d'animo.
Due uomini diversi, accomunati dallo stesso destino e, forse, da qualcosa di più.
Chissà se dietro a quelle finestre, nascosto, osserva l’artefice di quella sentenza.

Il sole ormai s'è levato e colpisce gli occhi di lei, sì da farli chiudere quasi completamente, nonostante lo sforzo per tenerli aperti.
Il coraggio è guardare …
Solo una lama luminosa … null’altro si offre al suo sguardo ferito.

Non s'avvede del boia che fa scattare il meccanismo della botola.
Un momento.

Il corpo di Danitheripper piomba verso il suolo, sembra poter toccare terra quando la corda si tende.
Un sussulto. Le gambe si scuotono, il collo cede scricchiolando.
E poi più nulla.
Solo una splendida bambolina dai capelli color del grano appesa inerte ad un cappio vile come chi lo preparò.

Rammentate.

La morte accoglie benigna la fedele figlia.
Sovente i condannati scalciano e si contorcono e perdono il controllo delle visceri.
Ma la morte stavolta prende dolcemente in grembo la propria creatura.

Se ne andò cosi.

Il corpo viene deposto. Il capo reclinato dal collo spezzato si piega come la corolla d'un fiore.
Caricano il corpo su d'un carro e lo recano fuori dal cortile.
Fuori anche dalla città, nella fossa in cui riposano le spoglie di chi non ha né nome né patria.

La gente si allontana dalle finestre del cortile: lo spettacolo è terminato.
In pochi rimangono a guardare.
Uno solo alza lo sguardo.
Poco lontano un gruppo di corvi volteggia attorno ad una rondine che difende il nido.
L'aggressione si rivela un successo e la bestiola precipita al suolo.
Quegli occhi solitari e sgomenti non la vedranno più rialzarsi in volo.

Quella rondine che era stata ferita , ma che il cuore di quell'uomo sa non essere morta ma soltanto smarrita.




tergesteo

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Re: Le Giornate di Modena

Messaggio  tergesteo il Dom Giu 06, 2010 10:10 am

TERGESTEO

Tergesteo dimorava da giorni nel suo giaciglio.
Giocoforza si faceva compagno della solitudine.
Ella che gli fu amica tradita ora veniva nuovamente invocata dal Folle e chiamata a rinnovata pietà.
C'era da ricostruire un intimo rapporto , lacerato dagli eventi.

Il rumore e lo strepito sono nemici del solo.

Quattro guardie entrarono nella stanza, ridacchiando.
Si fermarono in fronte a Tergesteo.
Che fosse giunto il momento?
Che gli facessero la grazia di raggiungerla?
Attese.

“Il Giudice t'ha graziato, milanese … quando ti sarai rimesso hai dieci giorni per lasciare Modena … T'è andata di lusso ...siamo venuti a verificare le tue condizioni e comunicarle a Sua Eccellenza il Prefetto.”

Tergesteo tacque.
Se per la vergogna o per il disappunto non sapeva spiegarsi.
Vivo.
O forse morto nell'animo?
Graziato.
Oppure condannato al rimorso più nero.
Danitheripper gli aveva salvato nuovamente la vita e stavolta non aveva potuto nemmeno rivolgerle una parola.
Erano stati scaltri.
Non esisteva probabilmente condanna più crudele di sopravvivere ai propri affetti.
E Tergesteo ne assaporava l'amaro sapore.


Le guardie ridacchiavano e parlottavano, allontanandosi.

Tergesteo stava a capo chinò quando , da un oscuro recesso della mente affiorarono dei versi.
Lontani e sepolti , egli li udì tempo addietro , senza peraltro capirne fino in fondo la reale potenza.
Ma ora , finzione non era. Non era teatro. Era là, davanti a quegli uomini.
Se pazzo era da pazzo si sarebbe comportato.
A lei sarebbe piaciuto.
Era solo per lei.


“ Amici, Romani, compatrioti, prestatemi orecchio ….”

Le guardie si bloccarono e si voltarono : si scambiarono qualche sguardo di intesa e si fermarono a vedere dove il pazzoide andasse a parare ….

“Io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo.
Il male che gli uomini fanno sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa; e così sia di Cesare.
Il nobile Bruto v’ha detto che Cesare era ambizioso: se così era, fu un ben grave difetto: e gravemente Cesare ne ha pagato il fio.
Qui, col permesso di Bruto e degli altri – ché Bruto è uomo d’onore; così sono tutti, tutti uomini d’onore – io vengo a parlare al funerale di Cesare. Egli fu mio amico, fedele e giusto verso di me: ma Bruto dice che fu ambizioso;
e Bruto è uomo d’onore.”


“Non parlo, no, per smentire ciò che Bruto disse, ma qui io sono per dire ciò che io so.
Tutti lo amaste una volta, né senza ragione: qual ragione vi trattiene dunque dal piangerlo? O senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la ragione.
Scusatemi; il mio cuore giace là nella bara con Cesare e debbo tacere sinché non ritorni a me”


Tergesteo si alzò. Sembrava che le parole sgorgassero da sole.


“Pur ieri la parola di Cesare avrebbe potuto opporsi al mondo intero: ora egli giace là, e non v’è alcuno, per quanto basso, che gli renda onore.
O signori, se io fossi disposto ad eccitarvi il cuore e la mente alla ribellione ed al furore, farei un torto a Bruto e un torto a Cassio, i quali, lo sapete tutti, sono uomini d’onore: e non voglio far loro torto: preferisco piuttosto far torto al defunto, far torto a me stesso e a voi, che far torto a sì onorata gente...”


Tergesteo guardava l'improvvisato pubblico.
Camminava per la stanza, senza curarsi che ormai i risolini di scherno avevano lasciato il posto a sguardi attenti.


“ Se avete lacrime, preparatevi a spargerle adesso.
Tutti conoscete questo mantello: io ricordo la prima volta che Cesare lo indossò; era una serata estiva, nella sua tenda, il giorno in cui sconfisse i Nervii: guardate, qui il pugnale di Cassio l’ha trapassato: mirate lo strappo che Casca nel suo odio vi ha fatto: attraverso questo il ben amato Bruto l’ha trafitto; e quando tirò fuori il maledetto acciaio, guardate come il sangue di Cesare lo seguì.


Questo fu il più crudele colpo di tutti, perché quando il nobile Cesare lo vide che feriva, l’ingratitudine, più forte delle braccia dei traditori, completamente lo sopraffece: allora si spezzò il suo gran cuore; e, nascondendo il volto nel mantello il gran Cesare cadde.

Oh, qual caduta fu quella, miei compatrioti! Allora io e voi, e tutti noi cademmo, mentre il sanguinoso tradimento trionfava sopra di noi. Oh, ora voi piangete; e, m’accorgo, voi sentite il morso della pietà: queste son generose gocce. Anime gentili, come? piangete quando non vedete ferita che la veste di Cesare? Guardate qui, eccolo lui stesso, straziato, come vedete, dai traditori. “

Tergesteo continuò a fingere, continuava a recitare giacchè la realtà è ben più crudele della finzione.
E non si può fingere per sempre.
Qualche lacrima, non vista, scese sulle gote scarne dalla lunga degenza.


“ Buoni amici, dolci amici, che io non vi sproni a così subitanea ondata di ribellione.
Coloro che han commesso questa azione sono uomini d’onore; quali private cause di rancore essi abbiano, ahimè, io ignoro, che li hanno indotti a commetterla; essi sono saggi ed uomini d’onore, e, senza dubbio, con ragioni vi risponderanno.
Non vengo, amici, a rapirvi il cuore.
Non sono un oratore com’è Bruto;
bensì, quale tutti mi conoscete, un uomo semplice e franco, che ama il suo amico; e ciò ben sanno coloro che mi han dato il permesso di parlare in pubblico di lui: perché io non ho né l’ingegno, ne la facondia, né l’abilità, né il gesto, né l’accento, né la potenza di parola per scaldare il sangue degli uomini: io non parlo che alla buona; vi dico ciò che voi stessi sapete; vi mostro le ferite del dolce Cesare, povere, povere bocche mute, e chiedo loro di parlare per me: ma se io fossi Bruto, e Bruto Antonio, allora vi sarebbe un Antonio che sommoverebbe gli animi vostri e porrebbe una lingua in ogni ferita di Cesare, così da spingere le pietre di Roma a insorgere e ribellarsi.”


La commedia era finita , ma la tragedia continuava.


Il Folle si rivolse all'improvvisato pubblico.
“Ve ne prego Chiedete al prefetto il permesso di portare con me i resti della mia Duchessa quando dovrò partire … consideratelo il prezzo dello spettacolo...”
Le guardie si guardarono l'un l'altro.
Il comandante assenti' con la testa e ordinò di allontanarsi.

Mancava di recitare l'ultimo atto.




ARABELL

Eran passati diversi giorni dal loro arrivo in città. Alloggiarono presso una locanda di proprietà de IlBavone, persona meravigliosa, che li aiutò il più possibile nel loro difficile compito ed incontrarono cittadini molto cordiali e gentili che compresero le motivazione che spinsero Arabell ad addentrarsi in terra nemica e mai una volta le fecero pesare la sua appartenenza all'esercito milanese...Bastava evitar l'argomento..ed al gruppo questo fece molto piacere..era da tempo che non passavan serate in locanda in serenità ed allegria.
Una sere di queste, mentre i vari avventori si gustavan una buona birra e parlavan delle prossime elezioni del paese, Arabell capì che non poteva più rimandare una visita, il tempo concessole per restare in città stava per scadere.
Uscì dalla locanda nel buio della sera indossando un lungo mantello.. e coprendosi il capo, si incamminò verso la piazza del paese. Poche persone giravan a quell'ora nelle vie, qualche metro prima della piazza girò in una di queste che la condusse d'inanzi ad un portone in ferro, ingresso di un palazzo scuro e tetro. Poche finestre dotate di spesse inferiate ne adornavan la facciata e qualche fiaccola ne rendevan l'aspetto ancora più lugubre.
Davanti al portone Arabell incontrò due guardie con le quali conferì sotto voce. Bastaron poche parole ed una piccola sacca tintinnante perchè le porte le fossero aperte. Una guardia entrò con lei e salì per delle scale, lasciandola in attesa nell'androne.
Tornò poco dopo con un soldato che le fece cenno di seguirla.
Si incamminarono verso un corridoio laterale e scesero lungo delle scale buie e umide..Arabell sentiva il freddo entrarle nelle ossa, ma non sapeva se era dovuto solo al luogo o alle sensazioni che le trasmetteva. Pensava solamente a giorni addietro, quando una persona aveva percorso quella stessa via e cercava invano, attraveso il contatto della mano con le pareti gelide e viscide, di percepirla in qualche modo e di sentirla cosi vicino a lei.
Arrivarono infine presso un atrio che conduceva in un labirinto di passaggi in cui si trovavan le celle dei detenuti. Ne percorsero alcuni fermandosi di fronte ad una porta in legno scuro, dietro la quale, sembrava non giunger suono alcuno.
La guardia girò la chiave ed aprì..Ci sono visite..svegliati...si voltò verso la dama e disse.. solo pochi minuti aspetterò poco più in là..niente scherzi!
Un cenno del capo di Arabell e la guardia se ne andò.
Senti un brontolio provenire dal buio..prese una torcia dal corridoi, fece un respiro profondo ed entrò.
Sollevò il cappuccio che le copriva il capo ed illuminando l'interno della cella disse ... Buona sera Messer Tergesteo...





TERGESTEO

La torcia danzava, rimandando ombre che si rincorrevano come spiriti.
Dentro quella stanza c'era odore di morte lenta, di ferite, di incubi.
Era la fine della notte.
Tergesteo si sollevò, mettendosi seduto sul pagliericcio.

La luce della fiamma gli illuminava parte del viso ma si distingueva chiaramente come stesse fissando il nuovo arrivato.

"Non credo di avere il piacere di conoscervi ..."
Una voce femminile rispose "Sono Arabell Epelfing ..."
"Epelfing ..."
"Si Tergesteo sono ..."

Il Folle la interruppe.
Il solo pronunciare quel nome era fonte di dolore.
Il Folle si passava lentamente la mano sul viso.

"Di dov'è ?"
"Piacenza"
"Capisco"
"E cosa ci fa a Mirandola?"
"Sono arrivata con mia sorella Magic per ... accompagnare ... nell'ultimo viaggio ... Dani "
rispose la dama scegliendo con cura le parole.
"E il viaggio prevede una sosta nella mia cella nel cuore della notte?"
La risposta brusca fece scendere il silenzio.
"Cosa pensavate di trovare , qui, ora?"
Silenzio.
"Vedete però cosa avete di fronte ... "
La voce del Folle si addolcì.
"Chiedete quanto avete da chiedere, mia signora ... giacchè poi toccherà a me farvi una richiesta ..."




ARABELL

“Quante domande ponete Messer..Secondo voi cosa mi ha portato qua?”
mentre pronunciava quelle parole Arabell sistemò la fiaccola sul muro della stanza rimanendovi poi accanto..
“Posso immaginar che siate qui per seppellire vostra sorella..ma quello che non capisco è il perché di questa visita.”
“Il legame tra voi e Dani era forte, forse questo mi ha spinto a conoscervi”


Il pazzo si passò una mano sul volto e parlò a fatica : sembrava che ogni parola lo spingesse verso un abisso doloroso.

“Il legame è ancora forte..e sarà quello che mi trascinerà alla tomba..finalmente…
Tuttavia non è di me che dobbiam parlare. Madonna Arabell porterete con voi….Dani?”


Pronunciare quel nome gli costò fatica. Molta fatica.
La donna comprese e proseguì, scegliendo con cura le parole.
Non potè esimersi però dall'osservare Tergesteo con occhio dubbioso.

“Si. E’mia intenzione riportarla a casa…Non ho potuto dirle addio, vorrei far almeno questo.”

“Lo comprendo..la porterete a Piacenza?”

“In quel luogo siamo cresciute insieme, vicino al lago sorge la dimora della nostra famiglia, immagino siate a conoscenza di ciò.”

“Si, sapevo del legame di Dani nei vostri confronti ed in quello di tutti gli Epelfing..ora però, mia signora, ascoltatemi…sappiate che per quanto mi riguarda chiedere è una forma di grave debolezza.
I bisognosi chiedono i liberi no. Ma ora..come vedete non sono che un prigioniero..e non mi riferisco a queste quattro mura ma esclusivamente a me stesso..e da prigioniero di quanto è stato chiedo, a voi e a tutti gli Epelfing, di poter portare quanto resta della mia duchessa a Fornovo.
...e di seppellirla con le mie mani..”


Arabell fece un respiro profondo prima di rispondere.
Il dubbio era realtà.
Una realtà tutt'altro che prevista.
Ma non era tempo di farsi prendere dalla compassione e di assentire forzatamente.

"La vostra richiesta è comprensibile ma.. dubito di potervela accordare…per un unica ragione..
Non siete il Pazzo di cui tanto ho sentito parlare, non riconosco l'uomo che ha accompagnato mia sorella in mille ed una avventura.
Siete l'ombra di voi stesso e non voglio che un ombra seppellisca colei che brillava di luce propria illuminando chiunque le stessa accanto.”


Il folle si avvicino di un poco alla luce.
La torcia ora gli illuminava la parte superiore del volto, benché il buio di due occhi insani inghiottisse la luce emessa.
”E allora donna guarda in questi occhi..cosa vedi? Dimmi?”

Ricambiò lo sguardo con un po’ di timore..ma la sua voce risultò limpida.. ”Forse..occhi che non guardano..”

“Certo hai ragione..erano occhi di un cieco..ma chiediti cosa hanno visto! Ho visto un volto a te familiare immerso nel sangue..ho visto una corda spezzarle il collo..e quello che mi fa più male..è che l’ho vista piangere e ora..ora tu mi dici che non guardo…
No Arabell io non voglio guardare..non ancora…”


“Non ancora dici..mi è permesso sapere fino a quando?”

“ Fino a quando i miei occhi non vedranno un volto esangue ricoperto da terra pietosa..allora..potrò guardare di nuovo..ma fino ad allora..”

La voce di Arabell si fece dura. Vi si leggeva la delusione e lo sdegno per la caricatura che gli si parava innanzi.
“Credete forse che il solo guardarla vi farà dimenticare ciò che avete visto’ Che basterà così poco? Lo credete davvero?..Tergesteo vi avviso..ciò che dite mi convince ancor di più a non acconsentire alla vostra richiesta.”

“Voi non avete compreso..come potrei cancellare ciò che è stato?..Non sarebbe possibile..ma d’altronde non mi aspetto che capiate..
Fate allora quanto credete giusto dama Arabell..se siete convinta di fare quanto è meglio per la mia ex duchessa, fatelo..ma vi chiedo : l’avete vista..andare..voi?”


Si sarebbe aspettata che il Folle cominciasse a piagnucolare.
La domanda che venne posta invece sembrava sgorgare con forza.
Era una domanda dalla risposta semplice eppure formulata da quell'uomo aveva un significato differente.
Sembrava volesse chiedere a se stesso perché il Fato gli avesse riservato questo trattamento.

“Sapete bene che non mi è stato possibile..e che ci crediate o meno avrei voluto.
Forse il dolore sarebbe stato ancora più terribile di quanto non sia..ma almeno..avrei passato gli ultimi istanti con lei..non vi rendete conto della fortuna che vi è stata concessa..vederla in quel momento era forse l’unica possibilità che avevo per poterle dire addio e lasciarla così andare..”


“Lo so ... so che Will ed io siamo stati fortunati ... ma vi assicuro, dama Arabell, che il dolore vi avrebbe ucciso ....come sta uccidendo me , lentamente e senza pietà... la fortuna, come la chiamate voi, è anche una dannazione ...
... non vi chiedo una tomba dove piangere .. vi chiedo...di poterla vedere ancora una volta... Fornovo era ormai la sua casa ... da quel colle io la vidi partire la prima volta che ci separammo ... da li vorrei vederla anche per l'ultima..”


Arabell si avvicinò alla piccola finestra che poca luce portava dentro a quel che le sembrava un oblio piuttosto che una cella…pensò in silenzio per un po’… ”Solo un ultima domanda..dopo che sarà di voi?”

“Vivrò come sono vissuto ... con una spada nella mano e una cicatrice sull'altra ... e attenderò che la Madre Pietosa venga a portarmi da vostra ..da nostra Sorella ...”

Silenzio..

“E sia….potrete portare Dani a con voi. Ma..due sono le condizioni che vi chiedo in cambio di ciò"

“Dite”

L’ennesima lacrima solcò il viso di Arabell… " Porterò la divisa di Dani a Piacenza..li è diventata soldato li deve tornar come tale …
Voi porterete il suo corpo a Fornovo…ma nel luogo che più giudicherete idoneo ne celebrerete una semplice funzione e darete fuoco alle sue spoglie in modo che finalmente sia libera come il vento..”


Tergesteo chiuse gli occhi e pensò ... aggrottando le ciglia…
” Vostra sorella non avrebbe voluto funerali solenni ... sarà soltanto un semplice saluto... e quanto alle vostre condizioni ... giudicate voi stessa : vi chiedo di essere presente, quando questo avverrà. Voi e Magic Eagle, che so essere molto legata a Dani ...”

"Vi ringrazio…..ma ancora non vi ho detto la seconda condizione..Considero lasciarvi mia sorella in parte un onore…anche se conosco il legame che vi univa …motivo per cui vi considero in debito nei miei riguardi ed in quelli di mia sorella Magic..e se un giorno..forse non lontano…lo riterrò necessario vi chiederò di saldar questo debito.”

“Aspetterò quel momento, dama Epelfing ... di qualunque cosa si tratti... qualunque cosa!”

Arabell si voltà verso di lui..

"Per quel momento non accetterò un’ ombra di voi stesso…sappiatelo"

“Lo rammenterò , dama Epelfing ... state pur certa che non vi troverete davanti un prigioniero ... non più..”

" Sarò ben lieta allora di potervi conoscer nuovamente……
E' deciso..avviserò Magic di ciò che ci siam detti…
Ripartiremo per Parma domani….ci rivedremo quando la vostra liberazione avrà luogo"


“E sia..dama Epelfing ... vi dico ancora una parola da prigioniero…grazie..da uomo libero suonerà diversa...decisamente diversa.”

"La ascolterò di buon grado.. a presto messer Tergesteo..vi auguro che il tempo che ancora dovrete trascorrere qui vi sia di aiuto più di quanto gli abbiate permesso fin ora"
Arabell riprese in mano la torcia..

“Avvicinatevi, per cortesia Dama Arabell ... vorrei dirvi una cosa..”

La donna non si mosse ma fu il Folle a levarsi e ad avvicinarsi.
Egli teneva il capo chino e gli occhi socchiusi, come se incrociare lo sguardo con quella donna avesse potuto ucciderla.
O ucciderlo.

Tergesteo avvicinò la testa a quella di Arabell e fronte contro fronte disse, quasi con sussurro:
“Se si sopravvive alla tempesta, si impara anche a danzare nella pioggia ... ricordatevelo...ma lo sentirete ancora, un giorno..Buon viaggio Dama Arabell”

Non vi fu altro da aggiungere..Arabell uscì dalla cella e si fece riaccompagnare verso l’ingresso.
Restava solo un prigioniero nell'oscurità.
Ma ora si sarebbe avuta la sensazione che i suoi occhi scintillassero nel buio, come una spada sguainata in una notte modenese.




TERGESTEO

Il medico entrò in quella che da corsia di ospedale era diventata cella.
Lentamente infatti gli altri feriti se ne erano andati.
Qualcuno anche con le sue gambe.
Rstavano solo Tergesteo è un altro militare gravemente ferito.

Il medico si rivolse al milanese , studiandone sommariamnete lo stato di salute :"
"Barbarigo, tra una settimana te ne vai ... mi sembra che tu possa andartene da solo e non abbisogni più di cure ...."

Il medico estrasse una pergamena e la consegnò a Tergesteo :" Ah dimenticavo ... t'ha risposto il prefetto che ti ricorda di allontanarti da Modena quanto prima dopo che non sarai più nostro ospite ...."

Il milanese allungò la mano per prendere la pergamena e leggerne il contenuto.

Modena , lì 1 luglio 1457

Avete il permesso di via il cadavere di Danitheripper Epelfing , possa Aristotele concedergli degna sepoltura.

Il prefetto del Ducato di Modena
Edoardo Cybo-Malaspina, detto The_prince, Barone di Aulla

"Immagino che dovrò ringraziarlo ...." sospirò Tergesteo.
"Se sparisci dal Ducato sarà il miglior ringraziamento ..." disse il medico ridendo.

Un sacerdote entrò nella stanza, strozzando con la sua austera presenza l'ilarità del medico.
Il sant'uomo guardò in modo malevolo i due uomini : come osavano rompere la funerea sacralità del luogo? Non sapevano forse che quello era luogo di dolore e come tale andava rispettato?
Il sacerdote si diresse verso un letto distante, dove verosimilmente avrebbe accompagnato alla morte l'altro soldato morente.

Tergesteo e il medico si guardarono.
Fu tuttavia Tergesteo a chiedere di fare silenzio al medico : voleva ascoltare le parole dell'uomo di Chiesa.


Il sacerdote si fermò vicino al letto. Estrasse un libercolo e cercando con calma mormorava alcune frasi.
Indi si schiarì la voce e aumentando il tono cominciò a declamre alcuni versetti :

"Sia lode e gloria all'Altissimo.
Egli nel momento del bisogno mi assiste.
L'Altissimo ..."


Dall' altra parte della sala rispose Tergesteo .

"... mi ha dato una lingua da iniziati,
perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come gli iniziati.
L'Altissimo mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro."


Il sacerdote tacque.
Tergesteo viceversa si alzò e continuò.


"Ho presentato il dorso ai flagellatori,
la guancia a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
L' Altissimo mi assiste,
per questo non resto confuso...."


Il tono della voce si faceva via via più duro.

".... per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare deluso.
È vicino chi mi rende giustizia."


Si avvicinò al prete e al moribondo.

"Chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci.
Chi mi accusa? Si avvicini a me."


Il sacerdote lo fissava tra l'irritato e lo sgomento.
Tergesteo lo fissava con uno sguardo sardonico.


"Ecco, l'Altissimo mi assiste:
chi mi dichiarerà colpevole?"


Il Folle concluse, mentre sempre fissando il sacerdote allungò la mano e chiuse delicatamente gli occhi del moribondo.
Indi si voltò verso di quello.
Era poco più di un ragazzo.
Il Folle gli scostò un poco di capelli dalla fronte esangue.
Il suo sguardo si era fatto triste d'improvviso.
Pose la mano sulla spalla di quel moribondo, come a volerlo incoraggiare prima di un lungo viaggio..

Si rivolse al sant'uomo.

"Voglia perdonarmi , pater reveredissimo, se le ho portato via il lavoro .. ora mi ritiro e lascio che concluda." disse strizzandogli l'occhio.

Il sacerdote continuò il proprio ufficio funebre, visibilmente irritato.

Tergesteo si accomodò nuovamente vicino al medico.
"E' arrivato qui dal campo di battaglia ... doveva morire da soldato, con di fronte un soldato, nemico o amico non importa ...
Ah già è vero ... voi mi considerate un brigante ... di briganti combattere ne ho visti ... di preti sul campo di battaglia decisamente pochini ...."


Si mise a ridere , inizialmente piano poi più rumorosamente.
"Vedi ... sono ancora malato, dottore ! Straparlo ... certo che combattono ...combattono in armi per la pace ... perdona la mia ingenuità ... "

E continuò a sorridere.
In fondo quel brav'uomo del medico gli sarebbe mancato ...





UN BIMBO MODENESE

Il bambino tentava di leggere ma i suoi sforzi si infrangevano contro i limiti della sua scarsa educazione alla lettura.

La gente passava e non si avvedeva di quel monello che aveva per una volta sostituito ai giochi l’impegno della scoperta.

Il folle riconobbe il bambino di Modena e sorrise nel vederlo alle prese con cotanto cimento.

Sensibile all’età in cui tutto ancora è da decidere, Tergesteo si avvicinò silenziosamente al bambino e gli si sedette accanto. Il bambino alzò lo sguardo e si avvide di non essere più solo.


“Spero che stavolta non siate qui per regalarmi frutta straniero ma per aiutarmi”

“Qual è il problema giovane guerriero? Non riuscite a leggere ciò che vi scrive la vostra amata?”
lo prese in giro.

“No, la bella signora mi ha dato questa lettera. Ma non è per me. Mi ha detto di consegnarla a voi”

“A me?”

“Sì, proprio a voi, al folle che mi consolò il giorno in cui vidi partire la mia compagna di giochi con un frutto ed una parola buona”


Tergesteo non rideva più. Prese in mano il foglio con una speranza ma non osava leggerlo.

“Non sapete leggere neppure voi signore? Non c’è di che vergognarsi, solo che dovremo scegliere accuratamente chi ci legga il segreto della bella signora. Lei è morta” Il fanciullo s'intristì al pensiero ma si impose di non piangere.

“I bambini non dovrebbero assistere a certi spettacoli”

“Mio padre mi ha portato a Mirandola per farmi diventare un uomo”

“Non avere fretta di crescere piccolo”

“A te posso dirlo: ho pianto molto quando hanno messo la corda attorno al collo della bella signora. Mio padre dice che era cattiva ma io ci avevo parlato il giorno prima e non mi era sembrata cattiva”

“E’ stato quando ti ha dato la lettera?”

“Sì. Io stavo dando calci a un sasso perché mi annoiavo e non trovavo nessuno con cui giocare. Il sasso, non so come, all’improvviso era in mano sua e sembrava non avere intenzione di rendermelo. Era affacciata a quella finestra”
e così dicendo gli indicò una fessura chiusa da sbarre che sbucava dal terreno e che poco aveva di finestra.

Tergesteo parlava a fatica.
“Perché credi ti abbia dato la lettera?”

“Lei ha detto che mi conosceva, che mi aveva visto a Modena e che se volevo resa la mia pietra dovevo farle un favore”.

“Ci sono tante pietre qua intorno, perché ti sei fatto prendere in giro?”

“Io … - il bambino sembrava improvvisamente riflettere – non ho mai pensato a questa cosa. Mi ero dimenticato del sasso. Lei era così bella, somigliava alla bambina con cui gioco sempre e che la sua mamma si porta sempre via sul più bello. Ma tanto quando sarò un soldato andrò a casa sua e me la porterò via io, così sua mamma capisce quello che si prova!”


Tergesteo voleva ridere sentendo lo sfogo del fanciullo, ma quel foglio scritto da lei scavava nella sua mente anche se ancora non lo aveva letto.


“Io ho detto alla bella donna che era inutile darmi quel foglio perché ero solo un bambino e non avrei mai saputo dove trovare la persona a cui consegnarlo ma lei mi ha detto che non era necessario cercarlo, che lo avrei trovato, magari su un patibolo o su un trono, o che lui avrebbe trovato me. Ed io insistevo che non poteva affidarmi questa cosa importante. Allora lei per convincermi mi ha detto che la lettera era comunque mia e che potevo farne quello che volevo, che forse avrebbe fatto meno male se io l’avessi smarrita. Perché scrivere qualcosa che non vuoi che gli altri leggano?”

“Non puoi capire piccolo, lei desiderava che io la leggessi, ma le donne sono fatte così, un giorno lo scoprirai, dicono tutto il contrario di quello che pensano perché desiderano che noi uomini scaviamo a fondo per scoprire quello che in realtà nascondono. Non fermarti mai in superficie con una donna, la parte migliore la troverai scavando”

Il fanciullo guardava il folle negli occhi cercando di memorizzare le sue parole, anche se in quel momento cercava di capire come si potesse scavare dentro una donna senza ucciderla. Ovviamente le metafore erano lontane dalla sua mente imberbe.

“Allora, cerchiamo qualcuno che ce la legga?”

“La leggerò io piccolo, vediamo cosa ci scrive la bella donna”.


Una pista di lava incandescente scese lungo le sue vene mentre scandiva a voce udibile quelle parole.

“Il vero amore non è né fisico né romantico.
Il vero amore è l'accettazione di tutto ciò che è, è stato, sarà e non sarà.
Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.
La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia!

Io sono meno impaziente del vento, tuttavia devo andare.
Per noi, viandanti eternamente alla ricerca della via più solitaria, non inizia il giorno dove un altro giorno finisce, e nessuna aurora ci trova dove ci ha lasciato al tramonto.
Anche quando dorme la terra, noi procediamo nel viaggio.
Siamo i semi della tenace pianta, ed è nella nostra maturità e pienezza di cuore che veniamo consegnati al vento e dispersi”.

Quello che temeva. Un addio, uno di quelli di cui pretenderesti il seguito.

"Nessun seguito Terge, non stavolta" lei gli avrebbe detto così, senza tanti giri di parole. Ma lei non c'era più e lui pretendeva il suo seguito, in fondo la sua follia era sempre stata prodiga di doni.





TERGESTEO

Il bimbo e Tergesteo restrono seduti in silenzo, per un pò di tempo.
Il marmocchio ciondolando le gambe come un'altalena, l'uomo per rimettere in ordine il proprio sentire, rigirando la missiva tra le mani.


"Ascolta piccolo ... cos'hai detto che vuoi diventare, da grande'"
Il marmocchio si illuminò in un sorriso come solo i bambini sanno fare.
E qualche volta i matti.

"Voglio fare il soldato!" disse senza esitazione.
"E dimmi ... lo farà anche la tua amichetta?"
"Si si ... anche lei ... faremo i soldati insieme!"


Tergesteo inspirò a fondo ed emise un sospiro , come volesse prendere tempo.

"E... non hai paura che possiate farvi male?"
Il bimbo si guardava le punte delle scarpe e attese per rispondere.
"Ma staremo attenti ... e poi prima o poi la bua passa , me lo dice sempre il papà!".
Risposta disarmante.
Tergesteo incrociò le mani dietro la nuca e si inarcò indietro.

"Già... prima o poi la bua passa ... dicono che sia così in effetti ..."

Era tempo di andare.
Erano le sue ultime ore a Mirandola.
E ancora cera qualcosa da fare.

Tergesteo si frugò nella giubba.
Ne estrasse una carta e la mostrò al bimbo.
Vi era raffigurato un uomo con un fagotello sulle spalle e con un cappello da buffone, variopinto e bizzarro, con una bestia feroce che lo mordeva.
La carta non recava nessun numero.


"Tieni...non ho frutta con me... ma ti regalo questa.
Avevo un mazzo di carte tutto mio, sai .... una la regalai a ... una bella signora.
Le altre andaron pedute e me restano poche.
Ma questa te la regalo, piccolo...."


"Ma cosa c'è scritto?"
"C'è scritto... il Matto!"
"Il matto? E perchè?"
"Perchè ... perchè? Non ti piace?"
chiese ridendo Tergesteo.
"Siii è bella ..è colorata .. solo non mi piace che questo cane morde l'uomo della carta!"

Il Matto ... la carta senza numero, la carta inutile.
La carta irresponsabile e maldestra, la carta senza senso.
Un buffone in viaggio morso dalla bestia feroce del rimorso.
O dell'inelluttabile.


"Ahahah non ti preoccupare ... giocano ... il Matto e il cane giocano ... vedi che il matto sorride?"

In effetti la carta recava un buffone sorridente.

"Devo andare piccolo .. lontano lontano ... e mi raccomando ... salutami la tua compagnuccia ..."
"Si si ... ciao !"
sorrise il bambino.

Tergesteo si alzò, allontanandosi con la missiva di lei.
Il volto si era fatto cupo.


"Signore ..." disse d'improvviso il bimbo.
"... ma la bua che ti sei fatto ... fa tanto male?"

Tergesteo si voltò verso il bimbo, ma non rispose.
Trovare la forza di sorridere era già uno sforzo insopportabile.






TERGESTEO

Tergesteo stazionava davanti ad un boccale di birra nella stessa taverna dove era iniziato il Crepuscolo.

I discorsi erano cambiati.
O forse era lui che era cambiato.

Sentì nel rumore della taverna lo scricchiolio di un paio di stivali.
Un ombra gli scivolò accanto e gli si sedette di fronte.
Non era necessario alzare lo sguardo per comprendere chi fosse.
I due uomini stavano in silenzio.
Non si erano né visti né sentiti per lungo tempo eppure tutto si era cristallizzato in quell'alba mirandolese.


“E' ora di andare, Tergesteo...”
“Lo so, Will … è ora. “

Si alzarono e lanciarono ciascuno una moneta all'oste.

Bisognava procurarsi un carro.
Non fu difficile.
Neanche trovare il luogo era difficoltoso.

Il difficile doveva ancora arrivare.
Le porte della città.
Le guardie controllarono il lasciapassare di uscita.
Sole andata e divieto di transito e soggiorno per i prossimi tre mesi.
Che cos'altro questo soggiorno mirandolese avesse lasciato, lo avrebbe deciso il tempo.
E tre mesi non sarebbero bastati.


I due raggiunsero un area poco distante le mura cittadine.
Era un ampio spiazzo di terra battuta. Terra che in alcuni punti era smossa di recente.
Poco lontano una specie di straccione armeggiava con attrezzi da scavo.
Si sarebbe detto che la terra stessa avesse sputato fuori quell'uomo.

I due uomini si avvicinarono.

“In cosa posso esservi d'aiuto, messeri ?'” esordì l'uomo dalla bocca sdentata.
“Siamo venuti a prelevare una salma... questa è l'autorizzazione del prefetto” rispose William
“Oh.. capisco … ma vedete nobili messeri è passato ..molto tempo e la memoria svanisce” disse l'aborto con un sorrisetto ironico.
Prima ancora proferisse verbo, William alzò la mano a bloccare Tergesteo , ed estrasse alcuni ducati che lanciò allo sdentato come si lanciano gli avanzi al cane rognoso.

“Fatti tornare la memoria con questi ….”
“Quand'è così mi ricordo perfettamente ..lo troverete in quella fossa al limitare del campo.
Là … smaltiamo i traditori condannati a morte”


Difficile dire cosa avesse frenato i due milanesi a spaccargli la testa con la pala.
Probabilmente lasciare in vita quel rifiuto umano era peggior punizione che non sopprimerlo.

William e Tergesteo raggiunsero il luogo della sepoltura.
Cominciarono a rimuovere con attenzione la terra disseccata dal sole estivo.
Non tardarono a trovare una stoffa un tempo bianca che verosimilmente custodiva …
Lentamente, per quanto era permesso loro dalla rabbia e dal dolore, disseppellirono quanto avevano trovato.
Non vi erano dubbi che fosse … lei.
Da uno strappo del sudario che l'avvolgeva si intravvedevano la stoffa vermiglia dell'uniforme da combattimento dell'esercito ducale di Milano.


In silenzio i due uomini deposero il cadavere sul carro.
Dal sudario, imbrattata di terra usciva una ciocca di colore biondo.

Tergesteo come imbambolato allungò irrazionalmente una mano verso il sudario, pronto a scostarne la parte che ricopriva il volto di … lei.
Una stretta feroce gli bloccò la mano.
Se rabbiosa per il gesto o vigorosa per impedire altro dolore, difficile dirlo.
Ma in ogni caso la mano di Tergesteo si arrestò a mezz'aria.

“Non farlo … fai un favore a te stesso … non farlo” disse William, stringendolo fino a provocargli dolore.
Il Folle assentì .
E ritirò la mano.

Il cadavere fu coperto da lenzuola e assicurato al carro.
I due uomini lavoravano in silenzio.

Ma quando esegui meccanicamente quello che ti dovrebbe far urlare per lo strazio … non sei più un essere umano.
Il difficile è capire cosa sei diventato.





WILLIAM WALLACE

Mirandola si allontanava, alle spalle dei due viaggiatori.
La strada si snodava come un serpente , rammollita dalla pioggia che s'era decisa a concedere tregua al calore estivo.

Il carro avanzava con difficoltà, ma con passo regolare.
I due uomini si erano scambiati qualche parola , ma più per cortesia che non per reale necessità di discorrere.

I luoghi però cominciavano a diventare noti.
Una ampia radura ai piedi di una collina scoscesa, circondata qua e la da qualche collinetta alberata.

Tergesteo sembrava inquieto.

Il picchiettare della pioggia gli rimbombava nel cervello.
Gli pareva fossero come il rumore di zoccoli.
Pesanti zoccoli di cavalli lanciati al galoppo.

Riconobbe quella collina.
Riconobbe quel rumore di zoccoli.
Riconobbe quel luogo.


“Fermati …. fermati!” gridò a William, che tratteneva le briglie del cavallo.
“Non ci penso neppure, Tergesteo … calmati adesso ...”
Ma prima che avesse terminato, il Pazzo saltò dal carro , atterrando nella terra zuppa d'acqua.
Wallace bloccò il cavallo e scese lui pure.


Tergesteo era chinato a terra , cercava nel fango furiosamente
“E qui..è qui …. di sicuro!”
Non si avvide del calcio al ventre che lo fece ruzzolare malamente.
“Ora basta, Tergesteo .. mi hai stancato! La devi piantare con questi tuoi colpi di testa …. se siamo qui è per colpa tua … se Dani è morta è colpa tua!!”

Difficile dire se il calcio nello stomaco o le parole sputate in faccia avessero causato maggiore dolore.

Tergesteo si rimise in piedi.
La pioggia era aumentata di intensità e rivoli d'acqua correvano lungo i volti dei due uomini , ansimanti dal furore.

“Credi che non lo sappia? E allora che vuoi fare? Uccidermi?
Accomodati! Non chiedo di meglio ….”

“Ti servo subito, demente!”

Wallace si mosse veloce e scarico giorni e giorni di dolore in un unico colpo.
Perfettamente a segno.
Tergesteo ripiombò nel fango.
Sputò sangue dalla bocca.
Ma si rimise in piedi.

I due uomini erano uno di fronte all'altro ma non passarono che pochi istanti quando si avvicinarono quanto bastava a scambiarsi violenti pugni l'uno con l'altro.
Settimane di infermità, incomprensioni e idee diverse , ma soprattutto un comune enorme vuoto si erano trasformati in una zuffa furibonda che proseguì per un bel pò di tempo, prima di farli crollare a terra sfiniti, la faccia verso il cielo che continuava a regalare pioggia, l'uno accanto all'altro, malconci e ansimanti.


Tergesteo si alzò a fatica.
Si allontanò qualche passo e scrutando il terreno si mise sulle ginocchia per poi affondare le mani nel fango.
Ci volle una mezz'ora buona prima che il Folle si fermasse.
Nell'affondare le mani nel fango si era infatti arrestato, poi aveva ripreso con rinnovata lena finché la terra sputò fuori dei pezzi dei ferro.
Sembravano brandelli di una spada.
Tergesteo cercò e ne disseppellì diversi pezzi.
Fra tutti , ne esaminò uno che sembrava recare una incisione.
Lo ripulì con cura prima di riporla nella giubba.


William gli si avvicinò.
Tergesteo alzò lo sguardo.
Aveva gli occhi accesi , come i bambini quando trovano robaccia di poco conto ma credono sia un tesoro.

Will si passò una mano sul volto.
Un sopracciglio gli doleva , fresco ricordo di una discussione animata eppure necessaria.

Prese la mano del Folle e lo tirò in piedi.
Indi lo spintonò bonariamente verso il carro
“Andiamo... e comportati a modo!” disse tranquillo.
“Perchè altrimenti cosa farai? Mi picchierai?” rispose Tergesteo mandando un sorriso dal volto acciaccato.
“Si ti spaccherò del tutto quella faccia da ...”.

La frase fu coperta da un tuono provvidenziale.
“In ogni caso, caro il mio Splendido Barone di Tirano, dirimeremo le questioni in taverna...davanti ad una serie infinita di birre...”
“Stranamente mi trovi d'accordo , pazzoide ... mi devo preoccupare?”

Sembrava avessero dimenticato ora il livore che si erano scaricati addosso l'un l'altro.
Anche le nubi cariche di pioggia sembravano diradarsi, una volta scaricati i loro strali e le loro gocce come lacrime.

Prima di rimontare sul carro, William notò qualcosa a terra.
Si chinò e la raccolse.
Per il momento l'avrebbe tenuta con sé.

Due storie, ma lo stesso finale.
Due uomini con lo stesso fardello.
E probabilmente avevano condiviso molte più cose di quanto volessero ammettere.





TERGESTEO

Piacenza.
Il lago.
Spesso lei gliene aveva parlato.Era solita immergervisi , la sera.

Dalla carrareccia che lo costeggiava quel lago appariva splendido.
Gli scogli bianchi a picco e l'acqua cristallina di un verde trasparente striata d'un giallo solare che si trasmutava in un colore azzurro che al centro del lago diventava di un rosso violaceo che trascolorava nel blu intenso della profondità.
Tergesteo osservava, rapito , quel lago dai cinque colori
La immaginava nell'acqua.
Avrebbe custodito nell'animo il colore di quel lago simile ad una nuvola al tramonto.

I due viandanti raggiunsero Palazzo Epelfing.
Vi era un patto da rispettare.
Un servo li fece accomodare, ma tuttavia gran parte della Famiglia Epelfing aveva seguito l'esercito e attualmente si trovava a Fornovo.

Tergesteo e William sorrisero amareggiati.

"E' colpa di Dani ... voleva rivedere il lago e c'ha convinto a venire qui.." disse William.
Una battuta per stemperare la tensione.
E prepararsi al rientro a Fornovo.
Gli amici la attendevano là.

Prima di ripartire, i due alloggiarono in una locanda.

Fu in quel luogo che sentirono parlare di pace imminente, pronta ad essere siglata.
Giravano voci di cospicui indennizzi, di accordi, di tutto quello che serve al probo mondo dorato di politica e commercio.


“Lo sai Will , che mi hanno chiesto come mai sono un povero avventuriero invece di essere un ricco signore ….”
“E tu cosa hai risposto ?”
disse lo Splendido guardando il boccale di birra.
“Che ero impegnato a vivere …. “
“O a morire ….”
“E' lo stesso non ti pare? Sai come si dice : “se uno non è disposto a correre rischi o lui non vale niente o non lo valgono le sue idee...”
“E ora, scemotto d'un Tergesteo … cosa farai? Ora siamo in pace! Ora scenderà onesta e ricchezza e felicità a fiumi ….”
“Ahahah hai ragione, Splendido Barone ….”


Tergesteo rise amareggiato.
Poi d'un tratto iniziò un canto.
Imparato molto tempo prima.
All'inizio di tutto.


“Se mille son le storie che il vento porta via
questa è la nostra storia
generazione mia.
Venuti dall'inferno col fuoco nelle vene
innalzeremo al cielo le nostre catene
e torneremo ancora, lo promettiamo a te
Milano torneremo uniti per te.
Svegliatevi fratelli, su non dormite più
giocatevi oggi stesso la vostra gioventù
se la maledizione ce la portiamo addosso
la brucieremo insieme gettandola in un fosso.”


Cantava a voce alta, disturbando i presenti.
Ma non era il tono : erano le parole.
Erano i significati.
E d'altronde doveva gridare affinchè lei sentisse.


“Han fatto leggi e imbrogli
per chiuderci la bocca
dei nostri nomi il muro del carcere ribocca
ma mille volte mille il canto si udirà
di chi stasera canta la sua libertà
e torneremo ancora, lo promettiamo a te
Milano torneremo uniti per te.
E chi oggi fa il signore
domani striscerà
lo troveremo allora
a chiederci pietà
e chi oggi ci disprezza
domani tornerà
vigliacco come sempre da noi con umiltà”


Non si avvide se qualcuno si fosse unito al coro.
In fondo non era importante.
Voleva solo sfogare la rabbia per una morte definita inutile e ricacciare in gola gli insulti di chi osservò la guerra seduto nei confronti di chi versò il sangue.
E lacrime.
Come accadeva ora.


“Su questa nostra terra un vento soffierà
e noi semineremo la nostra libertà
lontano spazzerà i figli del tradimento
ma noi saremo in piedi, siamo amici del vento!”


Terminò il canto esausto.
Il tempo necessario per agguantare il boccale e scagliarlo contro un muro.
Voleva allontanare da sè rabbia e ricordi con un gesto violento.

“Andiamo Will … voglio essere a Fornovo il prima possibile … si viaggia di notte... briganti non ne troveremo.
Sono tutti a palazzo....”


Uscirono nel silenzio.

“Sai Tergesteo …. è un ottimo modo per non pagare … dovresti farlo più spesso!” disse tranquillo il Barone di Tirano.
Tergesteo lo guardò interdetto. Scosse la testa.
“Andiamo … o potrai riprendere la discussione di Mirandola....”

Si mossero. C'era da portare un'amica a casa.



tergesteo

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Re: Le Giornate di Modena

Messaggio  tergesteo il Dom Giu 06, 2010 10:16 am

MAGIC EAGLE

Era in ritardo, come sempre.

Entrò nel grande salone di castello Epelfing, l'aria era fresca, i muri spessi proteggevano la casa dal gran caldo esterno e le venne quasi il desiderio di coprirsi.

"Dama Magic, benvenuta" la accolse il maggiordomo di famiglia.
"Gualtiero, dimmi che le persone che stavamo aspettando con la salma di Dani non sono ancora arrivate" gli chiese ansimando e dandogli la spada.
"Sono già stati qui, mia signora. Sono ripartiti da poco. Hanno lasciato qui la divisa di Dama Dani, si sono rifocillati e, non trovando nessuno sono ripartiti."
"Dove hai messo la divisa?"
"In camera di vostra sorella, naturalmente" le rispose abbassando lo sguardo.

Guardò in alto verso le scale e gli mise una mano sulla spalla "grazie Gualtiero. Vado su un momento, fai sellare un cavallo fresco, devo ripartire subito."

La porta della stanza di Dani era chiusa e quando fece per girare la maniglia si accorse che le tremava la mano.
"Tutto questo è folle, grottesco" pensò entrando.

Le finestre erano chiuse e le tende erano tirate per proteggere dal caldo la grande camera ma la luce filtrava ugualmente. Dei fiori freschi erano stati messi sul tavolino e l'aria profumava di rose.

Sul letto bianco vide l'uniforme vermiglia di Dani. Si avvicinò e ne accarezzò una manica. Le scese una lacrima di tristezza e di rabbia "Tutto questo è folle" ripetè. Poteva sentire ancora le risa, le urla, gli scherzi...

"Dama Magic, il vostro cavallo è sellato"
Si voltò di scatto fissando l'uomo sulla porta "Si Gualtiero, grazie. Tieni questa stanza sempre fresca e profumata com'è ora".

Salì a cavallo dando un ultimo sguardo alla casa e spronando il cavallo fischiò.
Al galoppo sul viale sentì la sua piccola amica volarle accanto
"QUACK"
"dai muoviti, filibustiera, dobbiamo raggiungere Terge e Will"


Li vide da lontano, due cavalieri ed un carro coperto.

Tergesteo si voltò fermando il cavallo per aspettarla.
"Magic..." le disse con quel tono stanco che ormai lo accompagnava da troppo tempo.
"Terge, Will, buonasera a voi. Sono contenta di avervi trovato, anche se sarà un piacere in un altro momento."
"Vuoi vedere Dani, immagino" le disse facendo il giro del carro per aprire il telo che lo copriva.
"Si"
Salì sul carro e spostò il sudario di seta fine, solo scoprendo il viso di Dani.
La fissò solo un attimo, chiuse gli occhi e la vide sorridere nei suoi ricordi, così come l'avrebbe sempre avuta impressa, sorridente e spavalda, come era stata, come doveva essere per sempre.

Ricompose il sudario e scese dal carro.
"Tergesteo"
"Dimmi, Magic"
"So che la state portando a Fornovo e so che Arabell ti ha concesso di farlo dicendoti che saresti stato in debito con noi"
"Si è così"
Magic guardò quell'uomo stanco che era ormai l'ombra di ciò che era stato. Una lacrima le scese sulla guancia e prese le loro mani.
"Voi non siete in debito con noi" disse guardando entrambi gli uomini.
"Dani non avrebber voluto essere sepolta in nessun luogo se non a Fornovo, che ormai era diventata la sua casa. Voi siete stati i suoi amici più grandi, lei era vostra sorella. Vi chiedo solo una cosa, fate in modo che non venga mai dimenticata, che la sua voglia di morire pur di vivere tutto quello le succedeva non venga sepolta con lei. Fate mettere tutti i giorni dei fiori freschi e colorati sulla sua tomba, solo questo vi chiedo"
"Te lo promettiamo" dissero entrambi.
"Grazie" rispose lasciando le loro mani.

"Devo ripartire ma ci vedremo presto." disse salendo nuovamente a cavallo "e in quell'occasione mi racconterete cosa avete fatto alla faccia, quelli non sono i segni che avevate a Mirandola...."





COSY

…………da molto tempo orami Cosy mancava dalla sua Piacenza…….
Giorni di guerra l’avevano tenuta lontano, giorni di tristezza e sconforto avevano segnato la sua vita.
Adesso nel tornare verso casa il pensiero era per l’amica maestro che questa guerra gli aveva strappato……..
………Un rumore di cavalli al passo……………Sir!!!!! Sir!!!!!!!!! Cè qualcuno che viene in direzione Parma!! Sembra un carro…….anche pieno dall’andatura!!!........avvicino la mano all’elsa della sua spada ……ehi!!! Chi siete?? Fermate il carro!! ………..Il carro si fermò e Cosy si avvicinò lentamente…………a cassetta due uomini dal volto familiare la stavano osservando……….Ma! ….voi siete………Tergesteo!!!!!!!!! William!!!!!!!!!!! …………I due uomini si guardarono stupiti…………Sono Cosy Epelfing cugina di Danitheripper e………….un lampo di luce si fece breccia nella sua mente…………..Questo vuol dire che su questo carro cè il corpo di Dany?..................I due uomini si guardarono e con un cenno della testa confermarono a Cosy la presenza delle spoglie sul carro e spiegarono che stavano eseguendo le ultime volontà della cugina.
Signori ………perdonatemi vogliate concedermi di vederla per l’ultima volta vi prego?
Si avvicinò al carro e lentamente con mano tremante sollevò il sudario ……….non riuscì a frenare le lacrime che le rigarono il volto……..sentì una mano sulla sua spalla e la voce di Sir_biss, ma non riusciva a cogliere le parole……..solo le sue echeggiavano nella testa…La spada della giustizia non ha fodero.……. La spada della giustizia non ha fodero.………. "La spada della giustizia non ha fodero………...

…………."La spada della giustizia non ha fodero."…………….

Prese la sua Katana la sguainò……….afferrò il fodero e lo appoggiò accanto al corpo del suo primo capo lancia……………Danitheripper !!........Io di questo non ho più bisogno custoditelo voi fino a che giustizia non sarà fatta!!!!!!!!!
Risalì a cavallo guardò i due uomini ………abbiatene cura e che nessuno!!! Mai !!!!mai!!! possa dimenticarla!!!!
Salutò e ringraziò i due uomini e ripartì con Sir_biss alla volta di Piacenza.




TERGESTEO

Prime luci dell'alba.
Fornovo.

Illuminata fioca da un sole muto, la città di confine si palesava ai due viaggiatori.
Si iniziava l'ultimo atto di uno spettacolo potente e pietoso.
Tutto è spettacolo ma sta all'attore scegliersi la parte, cogliendo la possibilità di non guardare il buon senso, nè ascoltare logica ed opinioni.

Bisogna essere attenti per essere padroni di se stessi e scegliersi la parte.
Non giusta non sbagliata. Scegliere.

La collina fuori Fornovo era silenziosa e solenne come un mausoleo ed in verità sembrava che un dio beningno l'avesse scelta appositamente per quello scopo.
Proseguiamo lo spettacolo.


I due viaggiatori vebbero fermati alle porte di Fornovo.
Una guardia imberbe ringhiò di fermarsi.
Un lanciere dal volto stanco accolse i viaggiatori soltanto sorridendo e aprendo il pesante portone.


"Siamo a casa, Dani ..." mormorò il Folle.
L'ora era mattutina e il giorno di festa.
Poca gente per le strade.

"Will... poco lontano dal municipio c'è una stalla..non la usa nessuno ... portiamo là il carro per il momento ...".

Fatto quanto previsto, i due uomini cominciarono a renersi conto di essere giunti al termine del viaggio.
"Will... se vuoi tu vai a riposarti ... io esco dalla città..."
"Vedi di non fare scemenze, faccia di c..."
rispose il Barone di Tirano allontanandosi.

Tergesteo sorrise scuotendo il capo e si diresse nuovamente verso la collina.
La brezza mattutina si prendeva gli ultimi istanti di vittoria contro il sole estivo.
Da quella sommità si poteva scorgere la mulattiera che scendeva verso Modena e poco più in là la via che portava a Milano.

"Un buon posto ... per non dimenticare" si disse.

Gli alberi erano radi.
Sarebbe occorsa l'intera mattinata a portare su quella collina il necessario.
Ma non c'era fretta . Non più.

Ripensò alle parole di Magic.

"Mi spiace Magic ... ma questa terra non recherà spoglie mortali ma soltanto ricordi.
Tuttavia ne puoi star certa : nulla verrà dimanticato. Mai.
Ed un posto dove portare fiori od armi ci sarà ..."


Scelse un luogo dope potesse essere innalzata la pira funeraria.

La brezza continuava a muovere un mare d'erba costellato di quando in quando da arcipelaghi di sassi.
Di quando in quando qualche raffica agitava le fronde.
Anche la collina assentiva ad accogliere quel fuoco.

Tergesteo comprese e ridiscese in città.
Era tempo.





BRAKEN

Quello era il giorno.
Corrieri avevano informato Braken che il viaggio era proseguito senza intoppi.

Così aveva atteso. Avvolto in un nero mantello era rimasto per ore durante la notte a sorvegliare da lontano la strada da cui sapeva sarebbero giunti.

Poi all'alba li vide.
Due uomini, forse due fantasmi.
Un carro.

Questo era tutto.
Questo era tutto quello che poteva essere. Nulla di più.


"Finalmente. Ben tornati a casa"



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Re: Le Giornate di Modena

Messaggio  tergesteo il Dom Giu 06, 2010 10:18 am

AMSTERDAM707

Il lavoro disperato, angosciante, al limite delle tue forze, è quello che ti permette di spegnere il cervello, e di non pensare, e di non sentire.

Cioc ... cioc ... cioc


E, tra un ciocco di legno e l'altro, mentre costruisci quella pira, se proprio devi pensare, fa' che sia qualcosa di geometrico, di regolare, che non abbia nulla a che vedere con la tua anima e il tuo cuore:

legno di faggio per la sua resistenza

legno di abete per la sua tenerezza

legno di noce per la sua durata

legno di pino per il suo profumo

legno di pioppo per la sua leggerezza

legno di rovere per la sua durezza

legno di castagno per la sua elasticità

legno di frassino per la sua integrità

legno di salice per la sua capacità di guarire

legno di ulivo, perchè il suo albero è eterno.

... CIOC.



E quando la catasta è divenuta ben più alta di te, alzi la testa e ti rendi conto che il lavoro è finito, e non puoi più fare nulla.

Puoi solo subire la consolazione del pianto.



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Re: Le Giornate di Modena

Messaggio  tergesteo il Dom Giu 06, 2010 10:22 am

TERGESTEO


La pira era stata preparata con cura, come quando i parenti preparano la culla al nascituro o la stanza nuziale agli sposi : si era lavorato con calma e devozione, accudendo quella catasta di legno senza fretta ma non con indolenza.
Sembrava che non si volesse far scorrere il tempo. Ogni gesto avvicinava i presenti al commiato,
lentamente volevano evitare che anche un poco di loro morisse.

La pira era costituita da tronchi robusti , intervallati da fronde tagliate da alberi resinosi.
L'odore del legno tagliato che gocciolava resina era forte , quasi inebriante.
Per aumentarne la vampa, si ebbe cura di cospargere la pira d'un poco d'olio.


Su quel letto silvestre riposava Lei, coperta da una stoffa bianca.

Ma l'ineluttabile prima o poi va affrontato.
C'era da passare una torcia accanto ad una catasta di legna.
C'era da salutare una amica e una sorella.

Tutti erano presenti per un unico scopo e ironia, l'ultima grande ironia, nessuno voleva prendervi parte.

Ma alla fine una mano tremante avvicinò la fiamma alla base della catasta.
La fiammella saltò allegra dalla torcia alla legna.
Dapprima timida, come volesse guardarsi d'intorno, poi più spavalda cominciò a scivolare lungo olii e resine guizzando e nascondendosi fra tronchi e ramaglie.


Un riverbero rosso cominciava a riflettersi sul terreno, mentre sbocchi di fuoco uscivano a prendere aria dalla base della catasta, circondandola.

Il fuoco si fece deciso.
La fiamma si alzò.
Ora era difficile distinguere in quel muro di fiamma il corpo di lei.
Ma cionondimeno, benché dense volute di fumo e sfrigolanti riccioli di fiamma danzassero nell'aria, le vampe ancora non ebbero il coraggio di intaccare la stoffa del sudario.


Esitavano, tentennavano, forse addirittura speravano di essere richiamate dall'ingrato compito.
Ma alla fine una fiamma, coraggiosa o infame non è dato sapere , si inerpicò verso il cielo ma pentita chinò la testa verso il corpo di lei e mordendo la stoffa, decise di portarla con sè.

Rapidamente altre fiamme si unirono alla danza, strappandole in cenere il sudario e mettendo a nudo la pelle cerulea.

Era l'ultima immagine.
Il fuoco sembrò allentare per un poco la propria stretta, sembrò scostarsi per permettere a tutti un ultimo sguardo.


Poi decise che era tempo.
E lo spettacolo si concluse in un sipario di fiamma.

Tergesteo rammentò.

“Iniziò tutto davanti a un fuoco a Milano … non poteva finire diversamente” si disse il Folle.

“Vedi, quel fuoco continuerà ad ardere e a bruciare e ad illuminare anche se non lo volesse. E' la sua natura, non l'ha scelta. Gli è toccata in sorte". “

Rammentava ogni singola parola.


“Il fuoco per sua natura arde e riscalda e illumina.
Parimenti brucia e consuma.
Fuoco sei stata … al fuoco sei tornata.

Attraverso un boccale di birra,
la vita di un soldato è solo un dettaglio,
qualcosa di indistinto che accade
in un breve intervallo.
Un frammento, una scheggia del tempo
Che non bastò neppure a dirti addio.
Però com’eri bella e ridevi.
Ogni ragione ha la sua guerra.
Tu hai preso il torto e ridevi.

Addio , Sorella di morte
mormorò allontanandosi dalle fiamme.

Il fumo cominciava a bruciargli gli occhi da morire.
O almeno credeva fosse questo il motivo.





TERGESTEO

Erano passati una notte ed un giorno.
Al tramonto successivo Tergesteo si recò sulla collina.
Il cielo alle sue spalle stava diventando vermiglio, mentre dalla parte opposta la notte si faceva strada.

Restava ancora qualche brandello di tempo.
La pira - o meglio quanto ne restava - era spenta, benchè qualche filo di fumo pigramente s'alzasse dal letto di cenere , in cui nuotavano tizzoni anneriti come relitti di un naufragio.

Il folle recava con sè un involto nero, di forma allungata.
Si fermò ad osservare i resti del rogo.
Resti.
Brandelli.
Relitti.
Frammenti.
Schegge.

Quanti nomi reca con sè ... la fine?

Si impose di distogliere lo sguardo.
Si diresse poco più in là, al limitare della collina.

Il tempo porterà con sè quei tizzoni bruciati.
Sarà compito dell'acciaio sfidare il tempo e ricordare.

Sciolse quell'involto e ne estrasse una spada, abbandonando la stoffa che la custodiva a terra.
La soppeso come volesse abbeverarla degli ultimi raggi solari.
Sole e acciaio.
Sublime.

Sulla lama , come suo costume , aveva inciso qualcosa, poco sotto l'impugnatura.
L'incisione recava due figure vagamente riconoscibili che ad uno sguardo attento si sarebbero detto una donna ed una bambina, mano nella mano.
L'incisione non era delle migliori, ma di sicuro l'autore ne privilegiò il significato non l'estetica.

Finito che ebbe di soppesare la spada, con violenza la conficcò a terra, a perpendicolo.
L'arma penetrò nel suolo fino a metà lama, poi si arrestò.

Tergesteo afferrò da terra il drappo che avvolgeva la spada.
Era un drappo nero, con una grande ala dorata nel mezzo.

Lo aprì, si che al vento della sera potesse sventolare un poco.
Sembrava che quell'ala volesse spiccare il volo.

Con cura, avvolse la lama della spada rimasta all'aere con quella bandiera.
Poi, senza fretta, si mise a scegliere con cura dei sassi, con i quali cominciò a formare una piccola piramide attorno alla spada, ricoprendo la bandiera avviluppata.

L'operazione si concluse quando ormai il sole era calato e la notte viva.

La mano sinistra del folle indugiò su quell'improvvisato monumento.
Accarezzava l'acciaio dell'elsa, per poi scendere alla lama e alla stoffa e terminare sulle pietre appuntite.
La cicatrice sulla mano opponeva una tenue resistenzaallo scorrimento della mano.

Si sedette a terra , le mani ad abbracciare le ginocchia , come a voler ripararsi dal freddo.

Stette in questa posizione per qualche tempo, poi lentamente si fece scivolare accanto a quella costruzione.
Raggomitolò le gambe, chiuse gli occhi.
Era indifeso.
Alla mercè della propria Follia , la quale crudelmente conosce la pietà.


"Lasciami che io trascorra la notte qui , e provare a credere, per una volta, che essa porti consolazione.
Verrà il tempo di andare.
Domani, domani ..."





TERGESTEO

Quanto era trascorso?
Mesi? Anni? Una vita?


Soltanto l'acciaio che andava scurendosi e la stoffa disgregandosi indicavano imperterrite lo scorrere del tempo.
Ma per il Folle il tempo sembrava essersi fermato.
Il tempo è un susseguirsi di avvenimenti.
Nulla perciò sembrava scandire il gocciolare della sabbia nella clessidra.

Tergesteo stazionava di fronte a quella lapide.
Ci ritornava di quando in quando ma mi come in quel periodo aveva sentito il desiderio di essere la.

In mano recava una missiva, vergata con tratto vigoroso eppure intimamente corroso dall'incertezza.
Scostò un paio di pietre e infilò quella pergamena fra quello che restava del drappo consunto.
Ricollocò le pietre.


"Quanto ancora dovrò aspettare? Quanto?" sospirò.

Stette su quella collina tutta la notte.
Ad aspettare con qualcuno, il tempo scorre più rapido.





TERGESTEO

L'alba.
La luce che torna a violenatre gli occhi.

Tergesteo satva là, seduto presso quel cumulo di sassi.
Abbracciava con le mani le ginocchia per combattere il freddo.
Donde provenisse quel frigore, diffcile di dirlo.
Poteva parimenti venire dalla terra , dalla notte, da una tomba o..dal di dentro.

Stranamente il folle ondeggiava e sillabava una nenia, uno di quei stornelli da taverna che si cantano in coro ebbri di vino e che parlano di amori e di eroi.

Sembrava un lamento, ma il Folle soltanto ricordava.


Densa è la notte nell'alcova
dai fiumi d'incenso un sogno avanza.
Miraggio di te.
Contro la tua immagine è impotente la stanchezza,
inutile del laudano la solita carezza.
Dimmi perchè
tu sai di sangue e acciaio, penetri il mio mondo
come quella pura lama dell'Arcangelo Michele.
Ma dietro di te un dio più antico chiama ...

Con la tua uniforme, mio Soldato
mi sembri un Re, d'oro e fuoco adornato.
Non è solo per lei che t'ho notato ...
E' l'Uomo che mi fa cadere ...

Oh, perdonate l'ardire, mia Signora
ma non resistevo oltre.
So che per voi potrei forse morire
certo, ma meglio che al fronte!
Oh, schiudetemi l'antro dell'oppio
l'ambrosia che accelera il cuore,
che tra due giorni tornerò in quell'inferno,
o mi diranno "disertore!"

Tocca la Follia ora, è generosa
per stanotte non occorre domandare.
E' una sinfonia nera , ma preziosa,
vedrai che anche l'Abisso può curare ...

Oh, conquistami, mio Soldato
stanotte è la nostra occasione.
Avrai qualcosa da ricordare
là, tra il cozzare di spade!
Oh , tienimi stretta Militare
prendimi ancora più forte!
Non è nulla ma certamente
lo so di abbracciare la morte...

L'alba.
Tergesteo si alzò.
Si sfilo l'amato pugnale dal fodero.
Passò la lama su di una cicatrice antica.
Il sangue riprese a gocciolare su di una tomba.


"Rammenta ancora ... non dimenticare mai!"




TERGESTEO

La sacca era stesa a terra ,poco distante dai piedi.
Era una quelle sacche di stoffa ruvida, chiusa da un legaccio di cima di canapa come sulle imbarcazioni se ne vedono a bracciate.
Quella sacca sbiancata dal sole e dal salso era stata riposta in un angolo per lungo tempo.
Dimenticata mai.

Si poteva a buon diritto credere che quella sacca fosse come un contenitore tangibile di ricordi.
Era con Tergesteo quando partì da casa , nuova nuova , e fresco d'imbarco iniziò a farsi bruciare gli occhi dal sole del Mediterraneo.
Era con Tergesteo quando ci cacciò dentro i primi dolorosi ricordi ma che poi come crisalidi si schiusero nei sorrisi delle sue figliole.
Era con Tergesteo in un'alba livida di Milano.
Era con Tergesteo in un'alba di vittoria a Modena e in un'alba di sangue a Mirandola.
Era con Tergesteo , oramai stanca e lacera, quando accanto ad un corpo di donna rientrò a Fornovo.

Quella sacca era di Tergesteo, ma era del Folle il segno esistente di quanto era stato.
Ancora più pesante di ricordi e di responsabiltà, quella sacca di tela ruvida - la stessa in cui si confezionano le vele - attendeva di essere caricata su una spalla e portata lontano.

Ma per il momento, fedele e muta amica, attendeva che il Folle terminasse di salutare una persona cara davanti ad un cumulo di sassi.

Tergesteo indugiava, assorto in quella maledetta nostalgia che gli uomini di mare hanno : quel sentimento bizzarro il quale quando sei per mare ti fa sognare casa , quando sei a casa ti pare di essere prigioniero ed aneli la partenza.
Qualcuno la chiama noia, molti infelicità, tanti nostalgia, pochi fortunati esistenza.

Tergesteo sospirò.
Era tempo di andare.
Lontano o vicino, per poco o per sempre, nulla importava : l'essenziale era andare.
Tanto tutto quello di cui aveva bisogno era con sè e dentro di sè.
Aveva riposto il suo pugnale da combattimento nella sacca.
E lo aveva sostituito col suo vecchio coltellaccio da marinaio, con la lama dalla foggia particolare che s'accompagnava alla caviglia custodita nel fodero.
Un vezzo in omaggio alla memoria.

Per difendersi aveva la sua spada è ovvio ... ma quel vecchio coltello era un suggello al viaggio.
Indispensabile.

Volse le spalle al suo cuore e si caricò della sacca.
Il legaccio che fungeva da manico gli segava la spalla con la sua fibra grezza.
Quanta di quella cima gli aveva graffiato le mani nel cazzare a ferro le drizze e preparare il sartiame!.
Eppure erano tutte morbide carezze in confronto a quella cicatrice.
Una cicatrice contro una ferita aperta dell'anima, un solo taglio ed un'unica promessa.

E il Folle si incamminò.

E canticchiava e sorrideva.
Mormorava una di quelle canzonacce da bettola,
di quelle che fan il giro di tutte le rotte,
così che da Rostock a Genova, da Marsiglia a Jaffa
un marinaio è un marinaio e null'altro.


Quando approdi a Amsterdam
getti l'ancora fra
i sogni d'incanti,
nei canti dei marinai
che nel porto d'Amsterdam
puoi trovare assopiti
come fossero dei
gran pavesi ammainati.

Se vai ad Amsterdam
puoi vederli morire
di ricordi annegati
all'oblò di un bicchiere.
O salpare alla vita
cercando i confini
nei misteri nebbiosi
di amplessi marini.

Nella taverne d'Amsterdam
stanno lì a divorare
fritture grondanti
gli umori del mare
E a mostrare dei denti
da sbranafortuna,
da sgranocchiasartiame,
e da azzanna-la-luna.

Ed in mezzo a fiumane
di pesci e patate
vanno su le manone
per le altre portate,
poi sbaraccan la mensa
e cominci la festa.
Ma in piedi, rollando
e ruttando tempesta.

I marinai di Amsterdam
quando s'apron le danze
si struscian le pance
alle pance di dame.
E riscattano con
fisarmoniche grame
tante notti di veglia
e di freddo e di fame.

E si fan brutti scherzi
per ridere più forte
finché colpita a morte
la musica s'arresta.
Allora bestemmiando,
a fatica diritti,
se ne vanno ondeggiando
come vecchi relitti.

Per le vie d'Amsterdam
ci son dei marinai
che si bevono mari
di birra e di guai.

E che, trinca e tracanna
e continua a brindare,
bevono alla salute
delle puttane di Amsterdam
di Amburgo e di altrove.
Insomma bevono alle donne
che gli danno il corpo grazioso
che gli danno la virtù
per una moneta d'oro

E quando han ben bevuto
da non poterne più
si piantano naso al cielo
a patte spalancate
e pisciano come si piange
su donne infedeli.



tergesteo

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la rondinella

Messaggio  Admin il Dom Giu 06, 2010 10:59 am

--La_rondinella ha scritto:
Ave Signor degli angeli e dei santi
E delle sfere erranti,
E dei volanti - cherubini d'ôr.
Dall'eterna armonia dell'Universo
Nel glauco spazio immerso
Emana un verso - di supremo amor:
E s'erge a Te per l'aure azzurre e cave
In suon soave

O roridi vapori!
O stelle! o fiori - cui non vizza il gel!
Qui eterna è l'ora: a misurar non vale
Egro tempo mortale
L'inno ideale - che si canta in ciel.
La nota umana faticosa e grave
Qui non si pave.

Qui la smarrita fuga dei viventi,
Le storie delle genti,
E le dementi - pompe di chi muor,
Passano ratte al par d'arche veliere
O di nubi leggiere,
A schiere a schiere - in fluttüante error.
Oriam per quelle di morienti ignave
Anime schiave.

Ave Signor. Perdona se il mio gergo
Si lascia un po' da tergo
Le superne teodíe del paradiso;
Perdona se il mio viso
Non porta il raggio che inghirlanda i crini
Degli alti cherubini;
Perdona se dicendo io corro rischio
Di buscar qualche fischio:
Il Dio piccin della piccina terra
Ognor traligna ed erra,
E, al par di grillo saltellante, a caso
Spinge fra gli astri il naso,
Poi con tenace fatuità superba
Fa il suo trillo nell'erba.
Boriosa polve! Tracotato atòmo!
Fantasima dell'uomo!
E tale il fa quell'ebra illusïone
Ch'egli chiama Ragione.
Sì, Maestro divino, in bujo fondo
Crolla il padron del mondo,
E non mi dà più il cuor, tanto è fiaccato,
Di tentarlo al peccato.


Il più bizzarro pazzo
Ch'io mi conosca, in curïosa forma
Ei ti serve da senno. Inassopita
Bramosia di saper il fa tapino
Ed anelante; egli vorrebbe quasi
Trasumanar e nulla scienza al cupo
Suo delirio è confine. Io mi sobbarco
Ad aescarlo per modo ch'ei si trovi
Nelle mie reti; or vuoi farne scommessa?

Sia! Vecchio Padre, a un rude gioco
T'avventurasti. Ei morderà nel dolce
Pomo de' vizi e sovra il Re de' cieli
Avrò vittoria!

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Tergesteo

Messaggio  Admin il Dom Giu 06, 2010 11:00 am

Tergesteo ha scritto:A oriente il sole stava accedendo un magnifico incendio che di quando in quando una striscia di nubi , come volute di fumo, tentava di oscurare.
L'alba era tiepida a dispetto del mese di ottobre , quando i tini sono riempiti e la terra già pregusta il sonno invernale.

La terra. Il sonno. L'inverno.

Tergesteo si chinò su quel mucchio di sassi. Stavoltà però le sue mani non si diressero nè sul ferro nè sulla pietra, ma sprofondarono nelle terra ammorbidita dalle piogge precedenti.
La stessa terra che come un ideale sudario ricopriva un ricordo.
Lei là non c'era . Era volata via col fuoco.
Ma per Tergesteo fuoco era sinonimo di azione così come la terra di riposo, di immobilità.
Vedeva qundi quell'elemento come esemplare nel descrivere il riposo , il sonno di colei che nel sonno lo vegliò , sconvolto dagli incubi , così come talvolta soleva accompagnarlo nelle lunghe veglie modenesi.
Lei era la sua follia e allo stesso tempo il suo ristoro.

Tergesteo si levò, sì da godere dell'alba.
Un romore di carta d'una missiva infilata nella giubba gli rammentò la sua situazione.
Il suo era l'Inverno.
Oramai credeva di aver imparato a sopportare ed addolcire quel frigore che lo attanagliava da quella cupa giornata di giugno.
Credeva.
Sperava.
Ma come un lupo , sentiva l'approssimarsi di un inverno ancora più gelido.
Ripensò a quella missiva.
Strinse gli occhi : anche la disperazione impone dei doveri.
Era tempo.
In un modo o nell'altro, era tempo.

Man mano che il tempo passava ,comprendeva.
In quell'ultimo fuoco s'era spento il suo calore ed era sopraggiunto l'Inverno.
Avrebbe dato qualunque cosa per riscaldarsi ancora alla sua fiamma.

Si sorprese a mormorare.


" Nella mia patria ti porto perché non ti sfiorino
nella mia patria di neve perché alla tua purezza
non giunga l'assassino, né lo sciacallo, né il venduto:
laggiù starai in pace.

Lo senti quel passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grandioso che viene dalla steppa, dal freddo?
Lo senti quel passo fiero di soldato sulla neve?
Sorella, sono i tuoi passi.

E passeranno un giorno dalla tua piccola tomba
prima che le rose di ieri appassiscano;
passeranno per vedere quelli di un giorno, domani,
dove stia ardendo il tuo silenzio.

Un mondo marcia verso dove andavi tu, sorella.
Ogni giorno cantano i canti delle tue labbra
sulle labbra del popolo glorioso che tu amavi.
Col tuo cuore valoroso.

Nei vecchi focolari della tua patria, sulle strade
polverose, una parola passa di bocca in bocca
qualcosa riaccende la fiamma delle tue adorate genti,
qualcosa si sveglia e comincia a cantare.

Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il nome tuo
noi che da ogni luogo delle acque e della terra
col tuo nome altri nomi taciamo e pronunciamo.
Perché il fuoco non muore
"

Era tempo.
Era tempo di riaccendere i fuochi e mandar via l'Inverno.

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La follia di Tergesteo

Messaggio  Admin il Dom Giu 06, 2010 11:01 am

--Lafolliaditergesteo ha scritto:La follia lo guardava divertita, seduta sull’erba con le mani che poggiavano dietro.

I suoi lunghi capelli toccavano il suolo ogni qualvolta ella rideva.

Rideva di quell’uomo che cercava sempre di lasciarsela dietro, credendo di poterne fare a meno. Rideva di quegli sprazzi di lucidità che lo facevano soffrire, che gli contorcevano le budella.

Lei gli porgeva la mano, gli offriva una speranza di verità e oblio.


“Scopri e dimentica Tergesteo, io ti ho scelto perché tu possa conoscere ma nessuno ti può credere perché la verità ha un prezzo troppo alto per la coscienza. Tu hai scelto di soffrire, non dovevi innamorarti, avevi già me”

Tergesteo si voltò a guardarla. “Perché ti mostri come donna adesso?”

La follia si alzò in piedi e gli andò incontro. “Ti ho mostrato esseri mostruosi e deformi ma nessuna immagine ha lasciato in te tracce profonde come quella donna. Adesso gioco con le tue debolezze in modo che ti torni la voglia di lasciarmi condurre le danze. Non resistermi Tergesteo, sarebbe una battaglia persa, io sono la parte migliore di te”.

Tergesteo sorrise e le voltò le spalle. I suoi pensieri lo portavano altrove indispettendo la sua follia.

“E’ strano, passi la vita inseguendo un sogno … e poi ti accorgi che la tua isola felice era un passo da te, che basta allungare appena una mano per sentire l’onda che sfiora la riva e il tuo cuore che dice: sono arrivato”.

La follia scosse la testa “Come devo fare con te Tergesteo? Non impari dai tuoi errori. Davvero ti illudi che saresti stato felice? Non lo sarai neppure dopo aver ucciso uno per uno coloro che chiami nemici. Ti sei svegliato prima dell’alba, ma il tuo nemico non l’hai trovato. Quando il sole era basso hai attraversato tutta la pianura, ma il tuo nemico non l’hai trovato. Mentre il sole era alto nel cielo hai cercato tra le piante di tutta la foresta, ma il tuo nemico non l’hai trovato. Il sole era rosso nel cielo mentre tu cercavi sulla cima di tutte le colline, ma il tuo nemico non l’hai trovato. Ora sei stanco e ti riposi sulla riva di un ruscello, guardi nell’acqua ed ecco il tuo nemico: l’hai trovato”

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Tergesteo

Messaggio  Admin il Dom Giu 06, 2010 11:01 am

Tergesteo ha scritto:Tergesteo si lasciò cadere a terra , la faccia rivolta verso l'alto , le braccia tese : sembrava volesse abbracciare il cielo.
Sorrise.

"Imparare dagli errori? I savi imparano, i folli sbagliano.
Altrimenti non sarebbero tali, mia bella signora .... "


Vide il volto della donna sopra di sè, con i capelli che le incornciavano il volto.
Sembrava quella dolce figura che in qualche suo sogno gli si presentò come la Morte.
Tergesteo la guardava con gli occhi trasognati.

Fosse stata la Morte o la Follia o qualunque altra cosa, in quel momento era distante dal mondo, sospeso.
In effetti la Follia non veniva a visitarlo da molto tempo e rivedere quella fedele amica lo rese felice.


"Io non voglio essere felice. Io voglio cercare la felicità.
Non mi interessa raggiungere uno scopo : quella sarebbe la fine.
Io voglio cercare ... inseguire ... sognare"


Allungò la mano.
"Danza con me ..."

La Follia gli strinse la mano e lo trasse a sè.
Ma quella mano .. quella mano ... aveva qualcosa ...

E fu in quel momento che Tergesteo si sentì davvero folle ...


"Danza .. con ..me " ebbe solo la forza di mormorare....

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La follia di Tergesteo

Messaggio  Admin il Dom Giu 06, 2010 11:02 am

--Lafolliaditergesteo ha scritto:"Danza .. con ..me " Un sussurro, la firma su un contratto che le consegnava la sua anima. La follia sorrise e lo strinse a sé, assaporando la sua vittoria. Conduceva lei le danze. Quell'uomo avrebbe smesso di soffrire adesso.

Un canto si arrampicava nell'aria resa gelida dalla prima pioggia. La voce della follia accompagnava quel ballo fuori dallo spazio e dal tempo.


Verrò quando sarai più triste,
steso nell'ombra che sale alla tua stanza;
quando il giorno demente ha perso il suo tripudio,
e il sorriso di gioia è ormai bandito
dalla malinconia pungente della notte.

Verrò quando la verità del cuore
dominerà intera, non obliqua,
ed il mio influsso si di te stendendosi,
farà acuta la pena, freddo il piacere,
e la tua anima porterà lontano.

Ascolta, è proprio l'ora,
l'ora tremenda per te:
non senti rullarti nell'anima
uno scroscio di strane emozioni,
messaggere di un comando più austero,
araldi di me?

La follia smise di cantare.

Gli carezzava il viso come la brezza poteva accompagnare una vela prima di lasciarla in balia del vento. Rassicurava Tergesteo con quel tocco leggero e gentile.


"Smetti di sognare amico mio. I sogni si infrangono e ti rimangono in mano a lungo dopo esser diventati cenere. Dove ti trovi adesso è dove sei. Puoi aver concepito uno smisurato desiderio di trovarti altrove, facendo altro, ma tu non sei là, sei qui. Guardami: fai esperienza di questo momento in tutta la sua pienezza".

Così dicendo si staccò da lui e lo guardò. Stava tornando, mancava poco e sarebbe tornato com'era prima che giungesse lei. Aveva rovinato tutto aprendogli uno spiraglio verso la normalità e verso la conseguente infelicità.

Lo aveva capito subito che era un pericolo, da quella notte in cui l'aveva vista vegliare i sogni di Tergesteo. Era un momento tutto loro il sogno e lei invece si era piantata lì, a spiare il suo lavoro e a tendergli una mano al risveglio.

Che grande invenzione la giustizia degli uomini, c'era una remota possibilità che lei morisse e neppure la follia aveva mai sperato tanto eppure, anche senza il suo intervento, giustizia era stata fatta, e rifatta, e rifatta ...

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Re: Le Giornate di Modena

Messaggio  Admin il Dom Giu 06, 2010 11:03 am

Tergesteo ha scritto:"E' l'ora ... è tempo..."
La Follia lasciò nella sua mente un monito.
Tergesteo si ritrivò spossato e disorientato , come accadeva nelle notti orribili e deliranti sulle mura di Milano.
Era tempo.

Scivolò sul cumulo di sassi.
Cominciò lentamente a scostarli finchè vede comparire un drappo stinto e logoro.
Smosse i sassi quel tanto cge bastava a estrarre quel drappo.
Il color dell'oro s'era dissolto.
Ma il nero color della notte in alcune zone resisteva.


Piegò con cura quel vessilo e lo nascose nella giubba, dalla parte del cuore.
"Sorellina, una parte di promessa s'adempiuta. Ora ti chiedo ancora di accompagnarmi fino al momento supremo.
Resta con me fintanto che non ti raggiungerò ... e questa volta sarà ... per sempre."


Il Folle si guardò la mano sinistra ... quello che gli restava non era la cenere di un sogno, ma una promessa.

Era tempo.
Il Folle si caricò la sacca sulla spalla.
Il cammino era lungo.
Il tempo poco.

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La follia di Tergesteo

Messaggio  Admin il Dom Giu 06, 2010 11:03 am

--Lafolliaditergesteo ha scritto:Un sasso alla volta cedette sotto la mano segnata di Tergesteo. Lo vide scostarli lentamente, come se fossero di materiale fragile e prezioso, fino a disseppellire la bandiera di Ananke e prenderla con sé.

"Sorellina, una parte di promessa s'adempiuta. Ora ti chiedo ancora di accompagnarmi fino al momento supremo.
Resta con me fintanto che non ti raggiungerò ... e questa volta sarà ... per sempre."


Fu allora che comprese dove era diretto e tentò di fermarlo.

“Tergesteo, ascoltami. Una cosa non è necessariamente vera perché una persona è morta per realizzarla. Chi cerca giustizia verrà giustiziato, lo dovresti sapere”.

Lui continuava imperterrito a sistemarsi la sacca. “Morire, non ripiegare Capitano!”

“Tergesteo fermati, cambia strada adesso. Credi che Danitheripper meritasse tutto questo?”

A quella domanda vide che si irrigidiva, che il suo sguardo diveniva assente, tutta la sua persona sembrava concentrata in uno sforzo tremendo.
Strinse il pugno.
“In quel selvaggio abisso, grembo della Natura e, forse, tomba, che non è mare o sponda, aria né fuoco ma lor cause pregnanti in sé commiste, confusamente, in una lotta eterna, se il Fattore Possente non costringe queste oscure materie a farsi mondi, nell'abisso selvaggio, cauto, Satana sostava all'orlo dell'inferno, e vide, e ponderò il viaggio ...” disse con una voce strana, metallica.

La follia gli si avvicinò e lo guardò stupita. Improvvisamente si rese conto che lui non c’era più: il suo pensiero e forse la sua stessa anima erano altrove. Percorrevano misteriosi sentieri, esploravano territori remoti e algide distese nevose. Vagava sui monti, portato dal vento, tra le foreste di abeti e i picchi aguzzi, volava sulla superficie di laghi ghiacciati, silenzioso e invisibile come un rapace notturno. Le sue sicurezze si sbriciolarono. Lo avrebbe accompagnato, ma non le apparteneva più. Quell’uomo apparteneva al proprio passato, ai propri ricordi.

"Tergesteo, svegliati adesso! La tua gente dorme il sonno dei miseri e degli stolti, hanno bisogno di te qui, a Milano. Eri un soldato, combatti per quello che eri. Orrore e dubbio confondono i tuoi pensieri affranti, e dal profondo l'Inferno ti si agita dentro, poiché l'Inferno hai dentro di te, l'Inferno attorno a te, possibile che non ci sia passo che valga ad allontanarti dall'Inferno che in te alberga?"

“Mia follia, mia compagna, solo il fiume è simile alla mia pena: scorre e non si esaurisce. Non ho completato il mio percorso. Addio speranza, e con la speranza, paura addio, addio rimorso: ogni bene a me è perduto. Male, sii tu il mio bene”.

"Tergesteo tu non sei folle, sei solo"
gridò a due spalle che neppure una sporta pesante riusciva a piegare.

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Tergesteo

Messaggio  Admin il Dom Giu 06, 2010 11:05 am

Tergesteo ha scritto:La strada di terra battuta scende dolcemente dalle colline fuori Fornovo.
Sembra indugiare,indolente, come se avesse pena a lasciare quei colli e quella città.

Forse per questo il Fato disegnò quei boschi e quei luoghi in modo che, al crocicchio che biforca la strada e rimanda da una parte a Modena e dall'altra a Milano, si possa ancora vedere le colline e parte delle mura di quella città , che è porta meridionale del ducato milanese.

Tergesteo decise, lasciata la sepoltura , di non volgersi.
Tuttavia a quel crocicchio, novello Orfeo, decise di voltarsi ed alzare la testa.
Ancora una volta.
Quel mucchio di sassi stava lì.
Lo fissava.
Lo ammoniva o forse lo scongiurava.

Il Folle si arrestò.
Torse la bocca per rabbia o per dolore.
Chiuse gli occhi e chiamò a raccolta i suoi demoni più stentorei , affinchè udissero, lontano, le genti .
Mancavano undici forche e quell'urlo doveva scuoterne le corde.


"Infrango la mia voce e grido : abbandonami!
La mia voce arde nei venti, la mia voce che cade e muore.

Stanco.
Son stanco.
Fuggi.
Allontanati. Estinguiti.
Non imprigionare la mia sterile testa tra le tue mani.
Mi segnino la fronte le fruste del gelo.
La mia inquietudine si sferzi con i venti del Nord.
Fuggi.
Allontanati. Estinguiti.
La mia anima deve star sola.
Deve crocifiggersi, sbriciolarsi, rotolare,
versarsi, contaminarsi sola,
aperta alla marea dei pianti,
ardendo nel ciclone delle furie,
eretta tra i monti e tra gli uccelli,
distruggersi, sterminarsi sola,
abbandonata e unica come un faro di spavento.
E di dolore."


Tergesteo cadde in avanti.
Aprì gli occhi chiusisi in precedenza per lo sforzo.
Non aveva coraggio di guardare ancora.
Quasi impossibile rialzare la testa.

Anche per illudersi però ci vuole coraggio.
Sommessamente quell'uomo si levò e riprese il cammino.

Come un qualunque pellegrino con dentro la pena e fuori il sorriso.

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Re: Le Giornate di Modena

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